La vicenda nasce da un contenzioso amministrativo che ha visto lo Stato soccombente contro l’Associazione nazionale magistrati per aver mal calcolato gli adeguamenti previsti in via tabellare degli stipendi dei magistrati.

Un Dpcm di adeguamento degli stipendi viene emanato ogni tre anni e l’incremento annuo delle indennità delle toghe deve essere incrementata dell’1,46 per cento per gli anni 2022 e 2023. Secondo l’Anm, però, la percentuale dell'incremento è stata calcolata in modo errato di alcuni punti e per questo impugna il Dpcm davanti al Tar, ottenendo prima una sentenza di parziale accoglimento e poi, con il ricorso in Consiglio di Stato, l’accoglimento definitivo della sua domanda.

Ora la cifra da dover conguagliare ammonterebbe a circa un miliardo attraverso un altro Dpcm. La cifra però sarebbe altissima, proprio in un momento come questo.

il no di Meloni

La premier Giorgia Meloni ha detto che non intende firmarlo: «Non firmerò. Se il Consiglio di Stato lo riterrà opportuno, nomini pure il commissario. Ciascuno si assumerà le proprie responsabilità. Ma in coscienza non posso mettere la mia firma su un Dpcm con il quale dovrei destinare quasi un miliardo di euro agli aumenti di stipendio dei magistrati. È dieci volte tanto rispetto a quello che sto cercando solo per affrontare il tema dell'autotrasporto e impedire che si blocchi la consegna delle merci in tutta Italia. Dopodoché se le associazioni rappresentative vorranno cercare insieme una soluzione sono come sempre pronta ad ascoltarle, anche perché sono convinta che la gran parte dei magistrati comprenda la situazione e le priorità di questo momento».

La replica dell’Anm è stata dura: «Il governo decide, ma se ci sono dei margini faremo un ricorso. Utilizzeremo gli strumenti che l'ordinamento ci riconosce per far valere i nostri diritti, che sono gli stessi diritti degli altri cittadini: dunque eventualmente valuteremo il ricorso», ha detto il vice segretario dell'Anm, Stefano Celli.

Anche l’Associazione Magistrati della Corte dei conti è intervenuta, sottolineando che «gli importi effettivi saranno sensibilmente inferiori a quelli circolati, frutto di una ricostruzione basata su stime non note e in assenza di parametri certi» e «va anche precisato che per legge i magistrati non negoziano i propri aumenti. A garanzia dell'indipendenza della magistratura è previsto un meccanismo automatico di adeguamento triennale. Questo meccanismo è collegato agli incrementi medi delle retribuzioni già riconosciuti alle altre categorie del pubblico impiego per lo stesso periodo. In passato gli adeguamenti dei due trienni sono stati calcolati con criteri risultati illegittimi. Oggi si tratta, quindi, di corrispondere componenti stipendiali previste dalla legge, che l'Amministrazione ha omesso per anni di versare. L'entità complessiva della somma è la diretta conseguenza di quei ritardi. Ogni ulteriore rinvio non fa che aumentarne il peso».

© Riproduzione riservata