Giuseppe Conte, emozionato e tuttavia in perfetto assetto istituzionale, premette che è «un onore» per lui essere chiamato a pronunciare l’orazione ufficiale dell’82esima commemorazione dell’eccidio di Sant’Anna di Stazzema (Lucca) dove il 12 agosto 1944 le SS naziste con l’aiuto dei collaborazionisti italiani della Repubblica di Salò uccisero 560 civili. Non una rappresaglia di guerra, poi accertò la magistratura militare, fu un atto terroristico.

Qui lo scorso 25 Aprile ha parlato Elly Schlein, lo scorso anno la sindaca di Genova Silvia Salis, e in precedenza Stefano Bonaccini, David Sassoli e altre personalità della sinistra. Come sempre, anche quest’anno arriva il messaggio di Sergio Mattarella: «Fare memoria, oltre che atto di responsabilità, è atto di liberazione che si rinnova», «Ciascuna generazione deve sapere che a ognuna appartiene il rafforzamento e la difesa delle conquiste civili, che non sono acquisite una volta per tutte».

L’invito che gli ha rivolto il sindaco Maurizio Verona, dunque, seguito da qualche malumore del Pd locale, per Conte è nei fatti una laurea ad honorem. È la prima volta che viene chiamato in questo «luogo fondativo della Repubblica». Declina i valori partigiani e costituzionali al presente e alla lotta per le diseguaglianze. Cita Piero Calamandrei, Giuseppe Saragat, Aldo Moro, papa Leone XIV. Ha scritto e limato il testo a lungo. Svolge un ragionamento largo con cui dimostra di avere le carte in regola per guidare un centrosinistra ampio, ben oltre il movimento che guida. Che poi è quello che sta facendo quest’estate, vigilia di primarie del centrosinistra.

Costruttori di pace

Siede accanto al vicepresidente del consiglio Antonio Tajani, evita la polemica diretta. Ma non si può dire che non parli alla destra, e a Giorgia Meloni, che pure non nomina: «Chi si professa patriota dovrebbe essere qui per onorare la patria», dice, «Chi non si inchina davanti a questo sacrario civile, chi evita di pronunciare parole di verità, ferisce un’intera comunità e disconosce i fondamenti della storia repubblicana». Ce l’ha con Ignazio La Russa quando dice che «la Costituzione era, è e sarà sempre antifascista e democratica» e che «oggi non dobbiamo essere indulgenti verso ideologie o prassi ispirate al fascismo».

Ma il passaggio più delicato è quando usa l’occasione, che è solenne, per spiegare la sua idea di pace, quella che fa storcere il naso anche agli alleati. Pace non significa, dice, «solo ripudio della guerra come strumento di offesa alla dignità e alla libertà di altri popoli», ma «impone il primato della politica, della diplomazia, implica una specifica proiezione internazionale dell'Italia». Entra nel merito del punto più sensibile non solo nel centrosinistra, il conflitto russo-ucraino: non ci si può fermare «di fronte alla costatazione che c’è un aggressore e un aggredito», «La pace non è mai una resa», ma «impegnarsi per evitare un’escalation militare», «richiede coraggio, è l’opposto dell’ignavia». Cita Gaza e gli «oltre 20mila bambini sterminati dall’esercito israeliano». Insiste: la pace non è «un obiettivo tra i tanti dell’azione politica», è «una caratteristica intrinseca della politica con la P maiuscola. E la sua attitudine più costitutiva, spinge a non confidare nella sicurezza meramente con l’uso del riarmo e del deterrente militare, ma induce a promuovere un rinnovato protagonismo dell’Italia e dell’Europa per perseguire una strategia di vera e effettiva sicurezza, fondata sulla cooperazione, su piani condivisi di disarmo». Infine disegna un programma di governo: «Questo è il tempo dei costruttori di pace», «dei costruttori di speranza» che «devono mettere al centro di un progetto politico realmente progressista i valori fondamentali della nostra Costituzione», non «uno sguardo che si attarda sul passato, ma un’energia che si propaga sul futuro».

La prima volta di Tajani

Se l’orazione di Conte è un messaggio al Paese da “sinistra”, da destra arriva un messaggio altrettanto forte. Il discorso di Tajani è una prima assoluta per il governo di destra. Da palazzo Chigi in realtà filtra che alla notizia della presenza dell’ex premier a Sant’Anna, il governo ha inviato il vicepresidente forzista, l’unico della compagnia che può vantare qualche dichiarazione antifascista. Di fatto però Tajani, che in gioventù è stato monarchico, usa l’occasione in maniera attenta: corregge la linea del governo, sempre timida nel pronunciarsi sulle complicità del fascismo: l’eccidio commesso dalle truppe della Germania nazista fu «un crimine deliberato, commesso con l’aiuto di fascisti italiani», poi attualizza il discorso: «Il nazismo e il fascismo sono tragedie del passato, che non ritorneranno in quelle forme, ma l’Europa e il mondo sono attraversati in questi anni dallo stesso spettro dell’intolleranza», parla delle spinte per «delegittimare la credibilità delle istituzioni democratiche» della «disinformazione sistematica veicolata dai moderni sistemi di informazione di massa». Sull’Ucraina non cerca la collisione con Conte: «Vi sono nel mondo regimi che aggrediscono stati sovrani, come l’Ucraina, con la legge del più forte, sistemi totalitari che posseggono l’arma atomica o mirano a realizzarla», il dovere è «difendere la libertà, la democrazia, la pace». Ricorda che la guerra di Liberazione fu vinta anche «per l’intervento decisivo degli Alleati» ma che le brigate partigiane e l’esercito del Sud riscattarono «l’onore e la dignità morale della patria». Tajani parla degli italiani che «che seppero mettere da parte le divergenze per un grande obiettivo comune: la libertà». È una mezza citazione berlusconiana. Il 25 aprile del 2009 il presidente della Casa della Libertà andò a Onna, esibì un fazzoletto tricolore partigiano e propose di trasformare la festa della Liberazione «nella festa della libertà».

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