Dopo giorni di passione, nottate di riscrittura e cancellature dell’ultimo minuto, finalmente la legge di Bilancio arranca oltre l’aula di palazzo Madama. Il Senato ha infine dato il via libera al testo, votando la fiducia sul maxi emendamento del governo, anche questo cambiato su cinque punti dopo la moral suasion del Quirinale. Ora la palla passa a Montecitorio, dove bisognerà correre tra Natale e Capodanno così da approvare tutto in tempo per il nuovo anno.

Intanto, con 110 sì, 66 no e 2 astenuti, i senatori della maggioranza si sono lasciati andare ad un applauso liberatorio e tutti sono riusciti infine a lasciare Roma in tempo per essere a casa la Vigilia di Natale. Sotto l’albero della maggioranza, le divisioni tra alleati e soprattutto dentro la Lega sono tutt’altro che sopite. «Diciamo che l’abbiamo sfangata», è stata la sintesi del capogruppo leghista Massimiliano Romeo.

Al termine delle votazioni è stato il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti a dare la temperatura dentro l’esecutivo. «Siamo intervenuti su questioni che sembravano quasi impossibili», ha rivendicato il leghista, sottolineando in particolare la riduzione delle tasse sul lavoro: «La tassazione solo al 5 per cento degli aumenti contrattuali era qualcosa che veniva chiesto da sempre dai sindacati e l'abbiamo fatto per i lavoratori dipendenti con redditi più bassi. La tassazione all'1 per cento dei salari di produttività credo anche che sia sintomatica della direzione verso cui si deve andare».

il maxiemendamento

Giorgetti in solitaria ha parlato di «bilancio positivo» ed enfatizzato che «tutto il governo sostiene la linea». In altre parole, al netto dei terremoti interni proprio con il suo partito che ha imposto lo stop alle norme sulle pensioni, il ministro ha posto l’accento sul fatto che infine il centrodestra si è ritrovato sul testo del Mef. A riprova di questo, si è concesso anche una battuta sul suo segretario Matteo Salvini, con il quale ci sono state ore di gelo (fonti leghiste aggiungono che non sia ancora del tutto superato): «Salvini? Magari gli porto un po’ di carbone sotto l'albero». Anche il vicepremier ha deciso di stemperare il clima, negando qualsiasi gelo con il collega e continuando a riferirsi alle norme sulle pensioni come «una indicazione tecnica (del Mef, ndr) che la Lega ha fermato». Sui social della Lega, infine, è comparsa una foto di gruppo con entrambi i ministri: «Buona legge», «non aumenta l’età pensionabile e tassa le banche», è la chiosa che non rinuncia alla frecciata agli azzurri.

La sintesi della manovra, del resto, è chiara: anche se a microfoni spenti c’è chi ammette che 22 miliardi siano pochi e che i pasticci lungo l’iter siano stati molti, la strategia di medio periodo è quella di uscire dalla procedura di infrazione europea così da poter allargare i cordoni della borsa nella legge di Bilancio del prossimo anno. Ovvero l’ultima prima delle elezioni politiche. Proprio di questo si è fatto garante Giorgetti in sintonia con Giorgia Meloni, e ha custodito i conti anche contro la volontà del suo partito e infine si è piegato giusto quel tanto necessario a far rientrare lo scontro.

Del resto, anche nella giornata di ieri non è mancato il piccolo colpo di scena, a corollario dei molti inciampi dei giorni scorsi. Il Senato ha dato il via libera al maxi emendamento, da cui però sono state stralciate in extremis cinque norme tra cui il cosiddetto scudo per gli imprenditori (i datori di lavoro che non hanno corrisposto un salario equo ai lavoratori non sarebbero stati obbligati a pagare gli arretrati), dopo dubbi di costituzionalità arrivati alle orecchie del governo attraverso il Colle. «Dopo un approfondimento si è ritenuto di espungere queste disposizioni, anche per la tenuta costituzionale del provvedimento, per non esporci a censure sul piano costituzionale», ha ammesso il viceministro dell'Economia Maurizio Leo.

Le opposizioni

Una minimizzazione, questa, che non è piaciuta alle opposizioni. Pur ringraziate dal ministro per i Rapporti con il parlamento Luca Ciriani perché «è prevalso il senso delle istituzioni anche in momenti complicati», i toni si sono alzati a palazzo Madama proprio con l’approvazione del maxi emendamento. I senatori del Pd che hanno alzato cartelli rossi con scritto «Meloni voltafaccia», in riferimento alle promesse non rispettate: «Promettevano l’abolizione della Fornero, aumentano l'età pensionabile» e «promettevano investimenti in sanità, tagliano le risorse», «promettevano diminuzione tasse, è record pressione fiscale».

I partiti di opposizione, infatti, hanno rivendicato di aver fermato le norme che avrebbero danneggiato i lavoratori. «Avevano provato di nuovo a smantellare i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori più in difficoltà, li abbiamo fermati», ha detto la segretaria dem, Elly Schlein, parlando di «un provvedimento vigliacco e palesemente incostituzionale», e «questo è il governo di Giorgia Meloni. Una destra servile con i più ricchi e i più furbi, tracotante con chi è in difficoltà». Sulla stessa linea si è mosso anche il leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, che ha aggiunto: «Quando si occuperanno seriamente di stipendi, taglio delle tasse, boom della cassa integrazione e imprese anziché infilare oscenità?».

E se la maggioranza infine si è ritrovata in extremis a votare il testo, le opposizioni hanno dato prova di aver saputo muoversi unitariamente. Una prima prova di allargamento del Campo largo che non era scontata (e non c’è stata in materia di politica estera durante le comunicazioni di Meloni per il vertice europeo sull’Ucraina) ma che ha dimostrato che «c’è già una alternativa, gli emendamenti alla manovra presentati in maniera unitaria lo dimostrano», ha sottolineato il capogruppo del Pd Francesco Boccia, riferendosi a M5S, Italia Viva e Avs.

Ora che la parte più difficile dell’iter è stata completata, toccherà ai deputati alla Camera licenziare definitivamente la Manovra.

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