Il ministro ha detto che il personaggio di Collodi è un modello educativo fondato su «ascolto, rispetto e impegno», sostenendo che il burattino «diventa un bambino vero quando comincia ad ascoltare». Non è proprio così
L’11 marzo, alla Fortezza da Basso di Firenze, durante l’inaugurazione della tredicesima edizione di Didacta Italia, il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara ha proposto una lettura di Pinocchio che ha fatto rapidamente il giro dei giornali.
L’edizione della fiera è dedicata a Carlo Collodi, nel bicentenario della nascita, e nel suo intervento il ministro ha indicato nel personaggio collodiano un modello educativo fondato su «ascolto, rispetto e impegno», sostenendo che Pinocchio «diventa un bambino vero quando comincia ad ascoltare».
Questa lettura solleva almeno due domande. Pinocchio racconta davvero questa storia? E che cos’è, esattamente, un bambino vero?
Nel linguaggio quotidiano il verbo ascoltare, soprattutto quando viene usato all’imperativo, tende a slittare semanticamente verso il significato di obbedire. «Ascolta tuo padre», diciamo a un bambino: ma ciò che gli chiediamo è di obbedire. Ma esiste anche un ascolto che è apertura, curiosità, disponibilità a lasciarsi sorprendere.
Gianni Rodari insegna che ogni adulto dovrebbe sforzarsi di non perdere del tutto “l’orecchio acerbo”, ovvero la capacità dei bambini di ascoltare il mondo senza ridurlo subito a lezione, norma o morale.
Eppure Pinocchio non è la storia di un ragazzo che lentamente impara né l’ascolto né l’obbedienza. Forse gioverà rileggere Pinocchio per accorgersi che il percorso del burattino è molto più accidentato e contraddittorio di quanto suggerisca questa sintesi.
Pinocchio resiste, disobbedisce e si impegna a vivere secondo il proprio volere perché difende, per quasi tutto il romanzo, un rapporto con la realtà non ancora addomesticato. È una creatura inquieta, attraversata da desideri improvvisi, paure, innamoramenti, fughe. È la prima vittima delle sue stesse bugie eppure, grazie a queste, riesce a viaggiare per il mondo, ne sperimenta la durezza, ma pure ne ride.
E impara ad ascoltare la “vita che vive” negli animali, nei paesaggi che attraversa, negli oggetti che lo circondano, dentro sé.
Pinocchio, insomma, esercita quello che il grande educatore, Janusz Korczak, aveva chiamato «il diritto del bambino alla sua morte». Con questa espressione, apparentemente scandalosa, Korczak intendeva affermare che ogni bambino ha bisogno di uno spazio reale di libertà in cui poter provare, sbagliare, cadere, rialzarsi senza essere costantemente protetti da un sistema di sorveglianza, divieti e punizioni che, alla lunga, li rende incapaci di reagire alle difficoltà o di “riformulare” il mondo.
Il romanzo di Collodi non è la storia di un efficace metodo pedagogico che possa certificare progressi, misurare apprendimenti e registrare risultati, ma il racconto di una tensione continua tra il progetto di formare un individuo e la vitalità che sfugge a ogni tentativo di addomesticamento.
Che cos’è un bambino vero, dunque? Nel finale del romanzo, Pinocchio si sveglia e scopre di essere diventato un ragazzo in carne e ossa. Ma la trasformazione non arriva perché ha imparato a obbedire ma solo quando decide consapevolmente di assumersi una responsabilità verso un altro essere umano che gli ha dato amore e che è stato disposto a seguirlo perfino nel ventre della balena.
Questa trasformazione finale è irreversibile e porta a una duplice morte: quella del romanzo, che finisce qui, e quella del suo protagonista, come destino ultimo dell’essere diventato umano o, come dicevano i greci, brotós, ovvero un mortale.
Pinocchio è un personaggio amatissimo non certo perché impara a morire sotto la scure del dover diventare adulto. Ridurre Pinocchio alla storia di un personaggio che diventa “un vero bambino” proprio quando smette di esserlo — a una favola sull’arte dell’ascolto o, in definitiva, dell’obbedienza — significa ignorare il divertimento, l’aspetto picaresco, ciò che lo rende spassoso e straziante, attualissimo e vivo, ribelle a ogni lettura che voglia penetrare il mistero riducendolo a una morale.
Il motivo vero per il quale i bambini lo amano: perché consente loro di sperimentare, almeno con l’immaginazione, uno spazio di libertà assoluta.
Soprattutto Pinocchio è un personaggio. Se lo immaginiamo irrompere, ad esempio, in un’aula parlamentare di un qualsiasi paese del mondo, sappiamo già cosa farebbe: salterebbe sugli scranni, tirerebbe per la giacca il deputato che arringa, farebbe il verso a chi grida più forte degli altri. E fisserebbe con incredulo stupore chi lo cita come esempio.
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