Un’ora e mezza di vertice a cavallo del pranzo (nel menù, spigola) a palazzo Chigi. Ufficialmente, al centro del confronto c’è stato in particolare il problema dell’approvvigionamento energetico. Di questo hanno parlato la premier Giorgia Meloni, i vicepremier Matteo Salvini e Antonio Tajani e il leader di Noi Moderati Maurizio Lupi e, alla fine, la linea ufficiale del governo è stata quella di rispolverare un vecchio mantra: «sprint sul nucleare» per puntare alla sovranità energetica.

L’intenzione è quella di approvare il prima possibile una legge sul tema, mantenendo costante il confronto con l’Europa e con l’obiettivo finale di equiparare la spesa per l’energia a quella della difesa, è quanto trapela da fonti di centrodestra. La prospettiva, è stato il ragionamento, troverebbe anche sponde nell’opposizione con Azione e Italia viva favorevoli.

Di questo ha parlato anche Salvini, a un convegno a cui ha preso parte dopo il vertice: «In questo momento siamo dipendenti. Dagli umori, dalle condizioni meteorologiche, dalla geopolitica. Quindi il nucleare non è una scelta, non è un’opzione, è un obbligo» e «un politico italiano che dica di no al nucleare è contro il futuro del nostro paese». Oltre all’intenzione, però, mancano ancora indicazioni sulla messa a terra, sul piano sia tecnico sia politico. I tempi medi di costruzione di una centrale sono di circa sette anni. E potrebbero lievitare a causa della complessità dell’iter burocratico ma, soprattutto, dell’individuazione del sito dove costruirla.

Anche dal punto di vista giuridico, sulla questione pesano i due referendum abrogativi sul nucleare. Il primo, nel 1987, post disastro di Chernobyl, ha bocciato il programma nucleare con l’80 per cento dei voti. Il secondo, nel 2011, in cui il no al riavvio del programma nucleare ha avuto il 94 per cento dei voti. I referendum non precludono la possibilità di approvare una nuova legge, ma il loro risultato ha certamente un peso politico.

La legge elettorale

Altro tema al tavolo di palazzo Chigi è stato la legge elettorale. «Procederemo dritti», ha detto Salvini. Il punto, però, è che la direzione è tutt’altro che chiara.

«Proseguire nella ricerca del dialogo con le opposizioni», emerge da fonti di maggioranza. Il dialogo però è fermo al palo, anche a causa del fatto che l’iter parlamentare è partito col piede sbagliato. Il testo incardinato in commissione Affari costituzionali alla Camera, su cui si stanno svolgendo le audizioni, è il prodotto di un accordo siglato da tutti i partiti del centrodestra, dunque non sono chiari i margini per modificarlo. «Annunciare di voler procedere dritti, come fatto da Matteo Salvini, significa ignorare deliberatamente quanto sta emergendo in modo chiaro dalle audizioni in corso», ha detto Simona Bonafè, capogruppo del Pd in commissione, che ha definito il testo «irricevibile».

Non solo, anche la concordia interna alla maggioranza scricchiola, con ogni partito pronto a presentare emendamenti in autonomia e su questioni tutt’altro che secondarie. Fratelli d’Italia, per esempio, vorrebbe introdurre le preferenze su cui invece la Lega avrebbe posto il veto al momento della redazione del testo.

Non a caso il leghista Stefano Candiani, a Sky, ha detto che il tema della legge elettorale «non ci entusiasma» e non è la priorità. «C’è bisogno di una legge elettorale che dica subito chi ha vinto e chi ha perso nel nostro paese e garantisca quindi la stabilità. Questo deve avvenire nel dialogo con l’opposizione, e da parte nostra abbiamo sottolineato l’importanza anche di introdurre le preferenze all’interno della nuova legge elettorale», è stato il commento di Lupi. Diverse sensibilità, che dimostrano come il cantiere sul testo sia decisamente aperto su tutti i fronti.

Anche se ufficialmente il tema non è stato toccato durante il pranzo, è un fatto che sul governo gravino ancora una serie di nomine, ormai pendenti da tempo e sintomo del disaccordo interno alla maggioranza: Antitrust e Consob sono ancora nodi da sciogliere proprio a causa della mancanza di un accordo interno alla coalizione che – sperano gli ottimisti – si potrebbe trovare nel prossimo consiglio dei ministri grazie a un intervento risolutivo di Meloni.

La giornata della premier si è infine conclusa insieme al presidente della Repubblica Sergio Mattarella a Gemona del Friuli, per commemorare l’anniversario dei cinquant’anni dalla scossa di terremoto che devastò la regione. «Il tempo della paura, il tempo del dolore fu breve, perché ci fu un altro sentimento che immediatamente si fece largo nel cuore dei friuliani, e quel sentimento era l’orgoglio, l’orgoglio dell’appartenenza della volontà della determinazione. Non c’era tempo per piangere e commiserarsi, bisognava agire e re-agire», ha detto la premier, omaggiando i friulani che «si misero al lavoro e decisero che avrebbero fatto rinascere questa terra dalle macerie». Parole che forse sono servite alla premier per farsi coraggio in vista delle scadenze che la aspettano a partire dall’incontro di domani con il segretario di Stato americano, Marco Rubio.

Intanto, l’Italia rimane in balia dell’oscillazione dei prezzi dell’energia, dell’instabilità internazionale e il governo sta furiosamente cercando di rimettersi in moto per l’ultimo miglio di legislatura ma, dal referendum in poi, sembra aver perso la rotta.

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