Tutti lo vogliono, nessuno se lo prende. Iran e Stati Uniti hanno ribadito entrambi, anche martedì 5 maggio, di avere il controllo dello Stretto di Hormuz, chi ce l’abbia davvero è difficile da capire, soprattutto a causa del flusso di dichiarazioni contraddittorie che si susseguono a ogni ora. Ma indipendentemente da chi abbia in mano le carte più forti, il risultato è solo uno: a oltre due mesi dall’inizio del conflitto Hormuz è paralizzato, così come l’economia mondiale.

L’operazione “Project Freedom” annunciata da Donald Trump non sta ottenendo i risultati sperati, anche perché le regole di ingaggio – così come comunicate – sono confuse. La Marina Usa non fornisce scorta ai mercantili, a proteggerli ci sono cento velivoli militari stanziati dal Pentagono nel Golfo dell’Oman. Un dispiegamento che non basta a instillare fiducia alle navi in attesa. Alcune compagnie hanno ribadito che è ancora troppo pericoloso tentare il passaggio in queste condizioni.

Martedì il segretario della Difesa, Pete Hegseth, ha ribadito che «le forze americane non avranno bisogno di entrare nelle acque o nello spazio aereo iraniano. Non è necessario». E allora come difendere al meglio le navi cargo dagli attacchi di droni e dell’artiglieria iraniana? Da quando è stata annunciata l’operazione sarebbero quattro le navi che sono riuscite ad attraversare lo Stretto, secondo quanto riporta il New York Times.

Per farlo, le forze Usa hanno abbattuto missili da crociera e droni, oltre ad aver distrutto sei motovedette di Teheran. Uno sforzo enorme per così poche navi. Secondo quanto riportato dalla Cbs due cacciatorpediniere della Marina statunitense hanno attraversato lo Stretto di Hormuz e sono entrati nel Golfo dopo aver schivato diversi attacchi iraniani. Per i media di Teheran, invece, non è così.

Richieste d’aiuto

Viste le difficoltà, durante la sua conferenza al Pentagono Hegseth ha chiesto aiuto agli alleati: «Speriamo che la Corea del Sud faccia la sua parte, così come speriamo che la facciano il Giappone, l'Australia e l'Europa. Ma non aspettiamo che lo facciano».

Per l’Europa, al momento non se ne parla. Il presidente francese Emmanuel Macron ha detto che non parteciperà a una missione poco chiara. La Corea del Sud è titubante, così come altri paesi asiatici, anche perché i Pasdaran continuano a minacciare di colpire chiunque interferisca nelle sue acque.

Se non sono le trattative diplomatiche, sarà forse una futura crisi umanitaria per i 22.500 marittimi intrappolati prima dal blocco navale iraniano e poi da quello statunitense, a riaprire lo Stretto. I viveri a bordo delle 1500 navi prima o poi finiranno e allora non ci saranno alternative se non riprendere il flusso.

Per il momento la diplomazia è ferma al palo. Troppo complicato risolvere l’annosa questione del programma nucleare iraniano in questo turno di negoziati e da giorni si pensa a dare priorità alla fine del conflitto. Lo ha ribadito anche il portavoce del ministero iraniano degli Esteri Esmaeil Baghaei.

«Diamo priorità alla fine della guerra, per ora, durante i colloqui con gli Stati Uniti, e non perderemo tempo su questioni troppo complesse da consentire il raggiungimento di un accordo», ha detto. «Non cederemo mai alle pressioni e terremo i colloqui con gli Stati Uniti in un clima di sfiducia e di sospetto per via delle loro aggressioni», ha aggiunto.

Il suo capo, Abbas Araghchi, è andato martedì in Cina per incontrare il suo omologo e discutere delle ultime proposte di pace sul tavolo. Pechino proverà a esercitare pressioni per sbloccare Hormuz e riprendere il flusso energetico, così come ha fatto il presidente francese Emmanuel Macron in una chiamata con il presidente iraniano Masoud Pezeshkian.

Riprendere le armi

In mattinata il presidente Donald Trump aveva affermato in un’intervista a Salem News che «se il popolo iraniano avesse le armi – che non ha perché qualcuno le ha prese – sono convinto che lotterebbe». Trump ha paventato la possibilità di fornire armi ai dissidenti nel paese e arrivare al ricercato regime change.

«Non si può avere una popolazione disarmata contro gente con gli Ak-47, anche se fossero 250mila persone – ha proseguito Trump – Sono molto combattuto su questo. Hanno perso 42mila persone nelle prime due settimane (di proteste, ndr), e non voglio vedere una cosa del genere. Appena avranno le armi, combatteranno al meglio».

In serata, Trump è tornato a parlare. Ha esortato l’Iran a «fare la cosa intelligente» raggiungendo un accordo perché «non vogliamo intervenire e uccidere altre persone». Poi ha sperato che l’economia iraniana fallisca e ha ribadito che del conflitto ne parlerà con il presidente cinese Xi Jinping nel vertice di settimana prossima.

Per il momento il cessate il fuoco regge nonostante gli ultimi attacchi di Teheran contro gli Emirati Arabi Uniti. Martedì Abu Dhabi ha fatto sapere di aver intercettato 19 tra missili e droni lanciati dall’Iran, che hanno causato tre feriti.

In conferenza stampa, Hegseth ha ribadito che il presidente Trump è pronto «per riprendere importanti operazioni di combattimento, se necessario. Se l’Iran non è disposto a rispettare i propri impegni o a raggiungere un accordo». E secondo i media Usa, il conflitto potrebbe riprendere già in questa settimana.

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