In Svizzera gli ucraini incontrano i delegati Usa nella pausa del dialogo con l’Iran. Zakharova: «Europei state sotto il tavolo negoziale e zitti»
Kiev – Una parentesi nei complicati negoziati sul nucleare iraniano. A questo è ridotto il dialogo Usa-Ucraina a Ginevra, dove giovedì 26 febbraio i negoziatori ucraini, capeggiati dall’ex ministro della Difesa Rustem Umerov, sono volati per incontrare gli inviati della Casa Bianca, Steve Witkoff and Jared Kushner.
Al centro della discussione, l’organizzazione di un nuovo vertice trilaterale con la presenza dei delegati di Mosca, che potrebbe arrivare già la settimana prossima, e poi il piano per la ricostruzione dell’Ucraina, un affare potenzialmente miliardario con cui gli ucraini cercano da tempo di convincere Trump a proseguire ed accrescere il sostegno Usa al loro paese.
L’incontro di giovedì 26 era stato preceduto da un’inaspettata telefonata di Trump a Zelensky, avvenuta nella serata di mercoledì. Nella conversazione, Trump ha detto a Zelensky di voler mettere fine alla guerra «il più presto possibile». Il presidente ucraino gli avrebbe risposto che Trump dispone di tutti gli strumenti per costringere Trump alla pace. La telefonata sarebbe stata breve e avrebbe avuto un tono amichevole.
Donbass ancora al centro
Il problema, come da quasi un anno ormai, è che Trump vuole una pace prima dell’estate, per concentrarsi sulle elezioni di metà mandato, a novembre, e l’unico modo di ottenere un cessate il fuoco con queste tempistiche è obbligare Kiev a cedere il resto del Donbass alla Russia, compresa la parte che i suoi soldati difendono dal 2014.
Mentre alcuni consiglieri di Zelensky sembrano persuasi che, pur di tenersi buono Trump e andare a vedere l’eventuale bluff di Putin, valga la pena almeno proporre la cessione del Donbass. Ma il presidente, negli ultimi giorni, ha chiarito al di là di ogni dubbio che non intende perseguire questa strada. «Il popolo ucraino non lo accetterebbe mai», ha detto la scorsa settimana. «Putin si accontenterebbe del Donbass per un paio di anni al massimo», ha ripetuto negli ultimi giorni.
In altre parole, il prossimo negoziato fissato per i primi di marzo sembra destinato a non produrre alcun risultato, come i precedenti. La domanda che rimane aperta, quindi, è a chi Trump darà la colpa del fallimento.
Mosca intransigente
Non è chiaro quanto le pressioni che sta facendo Trump su Kiev affinché accetti un accordo «il più presto possibile» siano esercitate specularmente su Mosca. Qualcosa, comunque, deve filtrare se il ministro degli Esteri, Sergei Lavrov, ha sottolineato: «Non abbiamo alcuna scadenza – per quanto riguarda la guerra in Ucraina – Abbiamo solo compiti e li stiamo portando a termine».
Ancora più violento il tono che Mosca riserva ai leader europei, che da Kiev, dove mercoledì si sono recati per celebrare il quarto anniversario dell’invasione su larga scala, avevano avvertito che non si poteva concedere a Mosca una vittoria al tavolo negoziale. In risposta, la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha detto agli europei di «sedersi sotto il tavolo» dei negoziati: «Nessuno vi sta aspettando, perché non sapete come comportarvi, perché ci siete già stati, perché avete barato e ingannato e siete stati colti in flagrante».
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