Le autorità nepalesi parlano di 626 vittime e 2.426 dispersi, tra cui 500 stranieri: poche le speranze di trovare sopravvissuti sotto i detriti, ma molti potrebbero essere sui sentieri ancora ignari dell’accaduto. La scelta del governo di Kathmandu, che limita le richieste di aiuto internazionale agli ambiti più tecnici
Continua ad aggravarsi il bilancio delle devastanti alluvioni che mercoledì hanno colpito il Nepal, al confine con il Tibet. Secondo l’ultimo aggiornamento della National disaster risk reduction and management authority, 626 persone sono morte e altre 2.426 risultano disperse. Numeri che superano il bilancio di 616 vittime comunicato dalla polizia nepalese.
Anche il numero dei dispersi è cresciuto nelle ultime ore, fino a toccare quota 1.924. A questi bisogna aggiungere i 558 citati dalle autorità cinesi. Di questi, oltre 500 sarebbero stranieri.Tre sono gli italiani ancora irreperibili, il ligure Marco Ratto e una coppia di italo-svizzeri, mentre stanno per rientrare in Italia i bresciani Giovanni Fassini e Marco Lombardi, rimasti illesi. Se è vero che ci sono poche speranze di trovare qualcuno vivo sotto i detriti, non è da escludere che molti escursionisti dati per dispersi siano ancora sui sentieri himalayani, ignari di quanto accaduto.
Intanto l’esercito nepalese ha tratto in salvo 350 lavoratori e residenti rimasti intrappolati nel tunnel dell’Upper Trishuli hydropower project, nel distretto di Rasuwa, dove proseguono le operazioni per raggiungere oltre cento persone ancora bloccate. Le autorità del distretto di Chitwan, nel Nepal centro-meridionale, hanno invece recuperato 233 corpi, ma solo quattro sono stati identificati: la Bbc riferisce che i corpi raccolti dalle rive dei fiumi sono già in stato di decomposizione e molti non sono identificabili.
L’aiuto che serve
Nelle ultime ore il governo ha sollecitato il sostegno dei paesi stranieri per far fronte a «specifici aspetti dell’emergenza». Come dichiarato al Guardian dal ministro degli Esteri nepalese Shisir Khanal, Kathmandu necessita di assistenza internazionale per gestire le operazioni più complesse, a partire dal salvataggio delle persone rimaste intrappolate nei tunnel e dalle procedure di identificazione e conservazione dei corpi.
L’esecutivo ha limitato le richieste di aiuto agli ambiti tecnici e specialistici per i quali non dispone di competenze e attrezzature adeguate, lasciando le attività di ricerca e soccorso alle proprie forze sul campo. Per ripristinare i trasporti e facilitare l’afflusso dei soccorsi nelle aree isolate, è stata chiesta a India e Cina la fornitura di ponti Bailey, essenziali per riaprire le vie di comunicazione. Intanto le prime stime parlano di circa 4-5 miliardi di dollari necessari per la ricostruzione.
Allarme rientrato
Nel frattempo è rientrata, almeno in parte, la preoccupazione per il lago che si è formato a poco meno di 3.000 metri d’altitudine a seguito del crollo del ghiacciaio che ha innescato le inondazioni.
Fino a giovedì si temeva il rischio di una nuova esondazione, dato che la pressione dell’acqua stava diventando insostenibile. Poi, nella giornata di venerdì, delle crepe sulla cima dello sbarramento hanno permesso all’acqua di defluire con gradualità lungo i fiumi Lhende Khola e Trishuli, consentendo ai soccorritori di tornare al lavoro.
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