Dal 30 marzo, Israele ha una delle leggi sulla pena capitale tra le più dure al mondo. L’emendamento approvato con 62 voti a favore e 48 contrari, noto come “pena di morte per i terroristi”, amplia le circostanze in cui lo stato israeliano – che non ha mai fatto parte degli stati totalmente abolizionisti, oggi 113 – può mettere a morte prigionieri.

Lo fa attraverso una norma che smantella le salvaguardie previste a livello internazionale contro la privazione arbitraria della vita umana e che crea esplicitamente un doppio binario legale: l’ennesimo esempio del sistema di apartheid applicato dallo stato israeliano nei confronti della popolazione palestinese.

I tribunali militari nella Cisgiordania occupata saranno autorizzati a imporre la pena di morte nei confronti dei palestinesi condannati per omicidi intenzionali in azioni definite terroristiche dalle leggi anti-terrorismo israeliane. Va notato che il tasso di condanne dei palestinesi è del 97 per cento e che, come denunciano da tempo le organizzazioni non governative per i diritti umani israeliane e internazionali, le condanne si basano spesso su confessioni estorte con la tortura.

Solo in circostanze speciali, non specificate dall’emendamento approvato il 30 marzo, potranno essere emesse condanne diverse dalla pena di morte, ma l’alternativa sarà solo l’ergastolo. Il ministro della Difesa sarà autorizzato a stabilire se gli imputati della Cisgiordania dovranno essere processati da tribunali civili o militari. I condannati a morte non potranno chiedere clemenza.

Un requisito di natura ideologica

Di fatto, la pena di morte sarà emessa in modo automatico, privando quasi del tutto i giudici del potere discrezionale (previsto in molti ordinamenti che prevedono la pena capitale, affinché si valutino eventuali circostanze attenuanti). Le condanne saranno eseguite entro soli 90 giorni, mediante impiccagione.

Nel secondo sistema legale, applicabile in Israele e a Gerusalemme Est illegalmente annessa, la possibilità che i tribunali civili emettano condanne a morte sarà ampliata fino a riguardare qualsiasi persona condannata per omicidio intenzionale «con l’obiettivo di negare l’esistenza dello stato di Israele». Questo specifico requisito di natura ideologica, usato a scopi pratici, significa che la legge è stata redatta per essere applicata unicamente contro i palestinesi.

Insomma: come fare una norma ad hoc contro i palestinesi senza scriverlo espressamente.

Molti in Israele hanno sottolineato un dato che emerge da tutte le ricerche sulla pena capitale, laddove questo sia un fenomeno osservabile, come negli Stati Uniti: questa sanzione non ha un potere deterrente maggiore nei confronti della criminalità rispetto ad altre.

In contesti segnati da conflitti interni, inoltre, la pena di morte rischia di esacerbarli e di alimentare la retorica del “martirio”. Nel “decennio nero” dell’Algeria (200mila morti tra il 1992 e il 1999), mai il governo pensò di applicare la pena di morte nei confronti dei terroristi islamisti. Sapeva bene che la mossa gli si sarebbe ritorta contro.

Quella del ministro Ben-Gvir, apprezzata anche dal primo ministro Netanyahu, ricercato dalla giustizia internazionale per crimini di guerra e crimini contro l’umanità, è stata dunque una cinica mossa politica, promossa per acquisire ulteriormente popolarità e consenso ma priva di qualunque valutazione in termini di efficacia. A rendere ancora più sconcertante il tutto, la norma è entrata in vigore pochi giorni dopo che la procura militare israeliana aveva deciso di archiviare tutte le accuse nei confronti di alcuni soldati che avevano aggredito sessualmente un detenuto palestinese.

Una considerazione finale che riguarda noi, l’Europa: silente sul genocidio in corso da 30 mesi nella Striscia di Gaza, indifferente agli oltre mille palestinesi uccisi in Cisgiordania da soldati e coloni dall’ottobre 2023, muta sulle decine di prigionieri palestinesi morti di tortura, ha ritrovato la voce paradossalmente sul modo più “legale”, ossia previsto da una legge, di uccidere palestinesi.

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