Il rischio è troppo alto se anche il principe ereditario bin Salman rimane nei bunker e allora è meglio correre ai ripari in attesa di una de-escalation. Gli Houthi hanno dimostrato di saper colpire il cuore del Regno saudita: 14 morti e oltre 311 feriti negli ultimi quattro giorni. Incalcolati, al momento, i danni economici all’aeroporto King Khalid di Riad, epicentro degli attacchi provenienti dallo Yemen. Per evitare ancora vittime, e soprattutto, capire come migliorare la difesa aerea, le autorità hanno deciso di chiudere lo scalo fino al prossimo 17 ottobre.

Per ora è il tempo della rappresaglia, anche ieri la coalizione militare saudita ha eseguito raid aerei in Yemen a sostegno delle forze governative che combattono contro gli Houthi. Sul terreno il gruppo filoiraniano continua ad avanzare nei dintorni di Taiz e nell’area dello Stretto di Bab el-Mandeb, l’obiettivo è ottenere il controllo totale del tratto marittimo per paralizzare la rotta che arriva fino al Canale di Suez. Gli Houthi sarebbero riusciti a riprendere il controllo di parte della città di Mocha e del distretto di Dubhab.

Per evitare ulteriori colpi bassi al commercio mondiale, l’Unione europea ha intenzione di accogliere l’appello lanciato dal ministro della Difesa Guido Crosetto e rafforzare la missione di difesa Aspides, attiva nel Mar Rosso. «L’operazione navale Aspides diventa sempre più cruciale vista l’escalation pericolosa degli Houthi», ha detto l’Alta rappresentante Kaja Kallas. «Accolgo con favore le navi offerte recentemente dagli stati membri, ma è chiaro che ne servono di più».

Ma a preoccupare è anche l’approvvigionamento energetico. Il ministro Abdulaziz bin Salman ha detto la «sicurezza energetica non è garantita», ma ha promesso una «risposta seria».

In questo scenario, Teheran si è proposto come mediatore tra le parti. Il portavoce del ministero, Esmail Baghaei, ha affermato che il paese è profondamente preoccupato per la situazione nella penisola arabica e ha dichiarato che la guerra serve solo agli interessi di Israele. Per questo, si propone di mediare tra il suo proxy e Riad. Dallo Yemen, per ora, non c’è apertura. È il momento dell’attacco e nessuno è escluso, neanche gli Usa qualora dovessero intervenire nel conflitto. In quel caso «non esiteremmo a rispondere», fa sapere Mohammed Al Bukhaiti, membro dell’ufficio politico Houthi. «Vi sarebbe una reazione rapida e dolorosa che colpirebbe gli Stati Uniti e tutti i loro interessi nella regione», ha dichiarato all’Afp. Al Bukhaiti ha inoltre avvertito «tutti i dipendenti e i lavoratori degli impianti petroliferi e degli aeroporti sauditi di tenersi alla larga da tali siti, poiché sono obiettivi legittimi».

Qualora Donald Trump decida di intervenire nel conflitto resta da capire cosa farà il governo di Tel Aviv, già autore di diversi attacchi in Yemen insieme agli Usa. Per ora l’Idf è impegnato in attacchi nel sud del Libano e a Gaza mentre l’esecutivo guidato da Benjamin Netanyahu è alle prese con le elezioni del prossimo mese. Difficile un intervento che alla fine dei conti vada a supportare Riad. Tuttavia, anche Israele ha interessi nel colpire il gruppo yemenita e non si esclude un intervento che punti a decimare i suoi vertici politici e militari, così come accaduto con Hezbollah e Hamas.

Di sicuro, in Israele è partita la rappresaglia nei confronti dei partecipanti al documentario Naza. Ieri Netanyahu ha chiesto che parta un’indagine penale per identificare i responsabili. L’accusa è di violazione della sicurezza delle informazioni e per i danni arrecati agli interessi politici e militari del paese.

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