Prima la questione dazi, poi la guerra in Ucraina e poi ancora la Groenlandia. Questa volta la premier Giorgia Meloni indossa i panni di pontiera tra gli Stati Uniti e l’Europa sul Board of peace per Gaza, per tenere salde le relazioni tra i leader Ue e Washington in un momento in cui sono sempre più a rischio rottura. Lo ha fatto capire la stessa presidente del Consiglio durante la conferenza stampa dopo l’incontro con il cancelliere tedesco Friedrich Merz in occasione del 75esimo anniversario di relazioni diplomatiche tra Roma e Berlino.

Lo statuto attuale «risulterebbe incostituzionale e quindi incompatibile con il nostro ordinamento», ha detto ai giornalisti. «Ritengo pertanto che si debba intervenire: è quanto ho comunicato al presidente degli Stati Uniti e agli interlocutori americani, chiedendo anche se vi fosse disponibilità a riaprire questa configurazione, per andare incontro alle esigenze non solo italiane, ma anche di altri paesi europei».

La Carta viene usata da scudo per tenere uniti i due continenti. E per ammaliare Trump, Meloni ha anche auspicato che possa vincere il premio Nobel per la pace, scatenando l’ira delle opposizioni.

Tuttavia, non è un segreto che da una parte la presidente del Consiglio voglia sedersi nel Board di Trump, dove ci sono anche i paesi del Golfo, con i quali ha instaurato importanti relazioni economiche durante il suo mandato. Lo stesso presidente Usa ha detto ieri che Meloni glielo ha detto telefonicamente. «Vuole farlo disperatamente, ma credo che debba tornare dal suo ramo legislativo», ha detto il tycoon.

Dall’altra parte la premier è consapevole anche di aver bisogno di sponde europee dentro l’organismo se ha intenzione di contare qualcosa. Per ora diversi leader Ue hanno preso tempo declinando l’invito. Merz ha menzionato ieri gli stessi problemi di incostituzionalità che ci sono per l’Italia. Parallelamente proseguono anche le discussioni a Bruxelles.

«Qualsiasi partecipazione dell’Ue al Board deve essere conforme ai principi dell'Ue riguardanti la regione», ha detto il portavoce della Commissione europea per gli Affari esteri, Anuar El Anouni. «Abbiamo domande su diversi elementi dello statuto del Consiglio di pace relativi al suo ambito di applicazione, alla sua governance e alla sua compatibilità con la Carta dell’Onu», ha aggiunto il portavoce non nascondendo che la presidente Ursula von der Leyen ha apprezzato personalmente l’invito a partecipare. Anche questo un modo per non irritare il tycoon.

Meloni quindi adotta una strategia di Realpolitik. Non rompe con gli alleati e al contempo di non minare il suo rapporto con Trump, diventato sempre più imprevedibile nelle relazioni diplomatiche. Al Canada, per esempio, è stato annullato l’invito al Board dopo il duro discorso sullo stato dell’attuale ordine mondiale in preda alle superpotenze pronunciato dal premier Mark Carney a Davos.

L’unica voce fuori dal coro è quella dello spagnolo Pedro Sanchez. Madrid non aderisce al Board «per una politica coerente che il governo spagnolo ha portato avanti quando si parla del futuro del popolo palestinese. Lo facciamo in coerenza e coesione con il nostro impegno nei confronti dell'ordine multilaterale, del sistema dell’Onu e del diritto internazionale».

Cambiamenti difficili

La Costituzione si rivela quindi “un’arma” in favore della premier nel suo gioco equilibrista, in attesa anche di capire in quali direzioni si muoverà il Board. Nel breve periodo Meloni non può sicuramente risolvere il nodo costituzionale. «Se fosse un trattato internazionale, dovrebbe essere ratificato dal parlamento, ma non lo è.

Il Board è un’organizzazione autocratica ed è la rappresentazione dell’ego trumpiano», dice a Domani il docente Fulco Lanchester, professore emerito di Diritto costituzionale italiano e comparato, sottolineando le problematicità legate all’articolo 11 della Carta.

«Servirebbe un processo di revisione costituzionale per modificarlo», aggiunge. «Ma non scordiamoci che si tratta anche di uno degli articoli inseriti fra i principi fondamentali del nostro ordinamento». La strada è complicata. Non è neanche scontato che Trump cambi il suo statuto. Una modifica farebbe venire meno la posizione di forza di Washington e i principi autocratici alla base del piano.

«Donald Trump ha affermato che Meloni vuole “disperatamente” entrare nel suo Board of Peace ma deve prima passare dal Parlamento. La mia domanda per Giorgia Meloni è semplice: lo può smentire o ha promesso a Trump di cambiare l’art.11 della Costituzione?». Così ha attaccato la segretaria del Partito democratico, Elly Schlein, in un post sui social.

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