Il presidente di Taiwan difende i mega acquisti di armamenti americani per trasformare l’isola in un “porcospino” in grado di resistere al dragone. Pechino intanto usa i war game per piegare Trump e compattare i cinesi in una fase complicata per l’economia
«Il 2026 sarà un anno cruciale per Taiwan, che dovrà prepararsi al peggio, seppur sperando nel meglio». Così, nel suo discorso di Capodanno, il presidente taiwanese William Lai Ching-te ha difeso dall’ostruzionismo dell’opposizione e dagli attacchi di Pechino gli acquisti record di sofisticati armamenti statunitensi di cui il suo governo vuole dotare l’isola, per trasformarla, d’intesa con Washington, in un “porcospino” in grado di resistere al dragone.
Il leader del Partito progressista democratico (Dpp) ha ricordato il rapporto pubblicato dal Pentagono alla vigilia di Natale, secondo il quale la Repubblica popolare cinese (Rpc), con i suoi ripetuti war game, punterebbe a essere pronta a combattere una guerra su Taiwan entro il 2027. Per questo Lai ha sollecitato il Kuomintang (Kmt) e il Partito popolare (Tpp) a scendere dalle barricate, dando il via libera all’aumento mostre della spesa per la difesa da 40 miliardi di dollari Usa, attualmente bloccato nel parlamento controllato dall’opposizione.
Poi, il debole (all’interno del suo stesso Dpp) successore di Tsai Ing-wen ha aggiunto che «siamo disposti a impegnarci in scambi e cooperazione pacifici attraverso lo Stretto, purché la Cina riconosca l’esistenza della Repubblica di Cina (nome con cui Taiwan è riconosciuta da 12 micro stati, ndr) e rispetti il desiderio del popolo taiwanese di una vita democratica e libera».
Parole che per Pechino segnalano la determinazione del leader autodefinitosi «lavoratore pragmatico per l’indipendenza di Taiwan» ad allontanarla sempre più dalla Rpc, e che fanno di Lai lo spauracchio perfetto per titillare il nazionalismo, in una fase di rallentamento della crescita, nella quale i giovani sono preoccupati per l’elevata disoccupazione e il ridimensionamento delle aspettative.
E così il portavoce del governativo ufficio per gli affari taiwanesi ha accusato Lai di «fabbricare costantemente fallacie separatiste, di intensificare deliberatamente il confronto e di esacerbare le tensioni tra le due sponde dello Stretto». Chen Binhua ha concluso che «il grandioso risveglio della nazione cinese è inarrestabile e la completa riunificazione della madrepatria sarà sicuramente raggiunta».
Gli affari di Trump
Qualche giorno fa, Donald Trump aveva dichiarato di «non essere preoccupato» per il war game con il quale l’Esercito popolare di liberazione, nei due giorni precedenti, aveva circondato l’isola, portando a termine esercitazioni “a fuoco vivo”, preparativi in vista di un possibile blocco navale o di un’invasione. Il presidente degli Stati Uniti ha ripetuto di «avere un’eccellente relazione con Xi Jinping», il quale «non mi ha detto niente» del war game.
Il dipartimento di stato ha appena dato l’ok a una fornitura record da 11 miliardi di dollari di armi sofisticate a Taiwan (mentre il Dpp proverà a far passare altri 40 miliardi di budget per spese militari). Tariff Man si sta confermando il maggior sostenitore della militarizzazione dell’isola (dove, secondo fonti locali sentite da Domani, i marine Usa “stanziali” avrebbero ormai superato il migliaio) dopo che la sua prima amministrazione era già riuscita a vendere a Taipei 18 miliardi di dollari di armi, per la gioia di Lockheed Martin, Raytheon e dell’indotto del complesso militare-industriale a stelle e strisce.
Ma Trump è abile a gettare il sasso e nascondere la mano, e deve preparare la visita di stato di aprile in Cina, alla quale, sempre quest’anno, dovrebbe seguire quella di Xi negli Usa. Trump è abile a concludere affari, ma sta subendo l’iniziativa di Pechino. Song Luzheng, ricercatore del China Institute dell’Università Fudan di Shanghai, ha sottolineato che «da quando è tornato alla Casa Bianca nel 2025, la strategia di Pechino verso gli Stati Uniti e Taiwan appare chiara: esercitare pressione militare e diplomatica per forzare negoziati, e utilizzare i negoziati stessi per stabilizzare la relazione bilaterale».
Il discorso di Xi
In questo senso va letto anche il war game “Missione giustizia 2025”, con il quale Pechnino ha risposto al pacchetto da 11 miliardi di dollari di armamenti.
Nel suo discorso di Capodanno Xi ha sostenuto che «noi cinesi su entrambe le sponde dello Stretto di Taiwan condividiamo un legame di sangue e di parentela. La riunificazione della nostra madrepatria, una tendenza dei tempi, è inarrestabile!». La spinta alla “internazionalizzazione” della questione taiwanese da parte di Lai e le armi vendute a Taipei dagli Usa permettono a Pechino di alimentare la narrazione degli indipendentisti da fermare, utile per compattare i cinesi in una fase complicata per l’economia.
Non a caso gran parte del breve discorso del presidente cinese è stata dedicata ai successi della Cina nell’anno trascorso (dalla robotica, alla ricerca scientifica, all’inaugurazione dell’area di libero scambio di Hainan) e ai prossimi sforzi da compiere. In particolare Xi ha sostenuto la centralità, il ruolo guida del partito comunista e del piano quinquennale che guiderà la Cina tra il 2026 e il 2030.
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