L’ex popstar e leader dell’opposizione ugandese promette che, in caso di vittoria alle elezioni del 15 gennaio, rivedrà tutti i contratti stipulati dal governo con le compagnie petrolifere internazionali che non fanno il bene del paese. L’impresa è ardua, ma una spinta potrebbe arrivare dai giovani che vogliono il cambiamento dopo quarant’anni
«Rivaluteremo tutti gli accordi petroliferi. E qualsiasi parte che non favorisca gli ugandesi verrà rivista».
Bobi Wine ne fa una questione di principio, più che di nazionalismo. Poco prima delle elezioni odierne, l'ex popstar, ormai volto principale dell'opposizione ugandese, mette al centro del dibattito una questione strategica. Il 2026 sarà per l'Uganda l'anno zero per la produzione commerciale di petrolio. Dopo circa vent'anni di preparazione, il paese è finalmente pronto a raccogliere i frutti e a utilizzare i ricavi del greggio per la propria crescita.
La scoperta dell'oro nero avrebbe già dato lavoro a 200mila persone, con le aziende locali che si sono aggiudicate contratti da 2,2 miliardi di dollari. Nel sottosuolo si stimano riserve per 6,6 miliardi di barili, di cui 1,65 miliardi già recuperati, che fanno dell'Uganda il paese che ne possiede di più nell'Africa sub-sahariana. Molti di questi barili finiranno nel porto di Tanga, in Tanzania, lungo i 1.445 chilometri dell'oleodotto l'East African Crude Oil Pipeline che dovrebbe arrivare a trasportare fino a 220mila barili al giorno.
Un progetto da circa 4 miliardi di dollari, a cui hanno partecipato l'Uganda National Oil Company, la Tanzania Petroleum Development Corporation, la francese Total Energies e la China National Offshore Oil Corporation (Cnooc). È proprio a queste ultime due, e a tutte le compagnie petrolifere internazionali, che Bobi Wine – nome d'arte di Robert Kyagulanyi Ssentamu – lancia il suo messaggio ricalcando un po' lo stile trumpiano: fate il nostro bene oppure non fatene niente.
Prima di scoprire il proprio potenziale, il 90 per cento dell'importazione di petrolio dell'Uganda passava per i porti del Kenya. Di fatto, Kampala era dipendente dai suoi vicini regionali. Quando ha capito di potercela fare da sola, a rallentare tutto sono state le diatribe tra il governo e le aziende straniere, insieme alle proteste di alcuni gruppi ambientalisti e di diritti umani.
Human Rights Watch ha denunciato le violazioni subite dalla popolazione che si trova nell'area dove sorgerà l'oleodotto East African Crude Oil Pipeline. Sfratti e ritardi nei risarcimenti, quando venivano assicurati, hanno sconvolto la loro vita. La questione è di interesse collettivo, visto che le emissioni di carbonio avranno un impatto su tutto il pianeta. Bobi Wine ha intenzione di dire basta a tutto questo, se dovesse essere il vincitore delle elezioni di oggi. Ma il condizionale è d'obbligo visto il precedente.
Un nuovo tentativo
Dopo aver ottenuto il 35 per cento dei voti cinque anni fa, per la seconda volta Bobi Wine tenta di interrompere il dominio dell'eterno Yoweri Museveni. Il presidente, nonché leader del Movimento di Resistenza Nazionale, governa senza interruzioni dal 1986. A fine gennaio saranno quarant'anni di potere, che vorrebbe festeggiare mantenendolo tra le sue mani.
Molto probabilmente il desiderio di Museveni verrà esaudito. Anche se alcuni sondaggi prevedono un testa a testa serrato tra i due principali candidati, la campagna elettorale è stata molto simile a quelle del passato: violenze contro l'opposizione, sparizioni e detenzioni arbitrarie.
Kizza Besigye, altro esponente della minoranza, è stato rapito a Nairobi nel 2024 ed è ancora rinchiuso in una prigione. Lo stesso Bobi Wine ha vissuto sulla sua pelle tanto la repressione quanto il carcere, così come centinaia di suoi elettori.
Venerdì, durante una manifestazione a Mukono in cui il presidente del ghetto (come si fa chiamare) ha sfilato tra la folla sopra un suv con la bandiera ugandese in mano, caschetto sulla testa e giubbotto antiproiettile indosso, la polizia ha lanciato gas lacrimogeni contro i partecipanti. Il monitor che arriva dalle Nazioni Unite è chiarissimo: «Le autorità ugandesi devono garantire che tutti i cittadini possano partecipare pienamente e in sicurezza alle elezioni, come è loro diritto», avverte l'Alto commissario Onu per i diritti umani, Volker Türk. «Tra le altre cose, devono garantire che non venga utilizzata alcuna forza non necessaria o sproporzionata, inclusa la forza letale, per disperdere proteste pacifiche».
Fattore giovani
L'opposizione confida nei giovani per mantenere viva la speranza. In Uganda circa un terzo della popolazione appartiene alla Gen Z, protagonista delle recenti rivolte in Africa. Come quelle in Tanzania e in Kenya, il cui eco potrebbe rimbombare oltreconfine. Le richieste d'altronde sono le stesse: la fine della violenza politica, un'equa redistribuzione economica, una politica in grado di combattere la disoccupazione giovanile e costo della vita.
Tuttavia mentre negli altri paesi le proteste erano prive di una guida capace di incanalare politicamente la frustrazione, gli ugandesi si aggrappano a Bobi Wine. Una differenza importante, da vedere se anche decisiva.
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