Se le 156 schede-paese del Rapporto 2022-2023 di Amnesty international potessero essere riassunte da un titolo, questo potrebbe essere “Guerra, protesta e patriarcato”.
Il 2022 è stato, ovviamente, l’anno del ritorno della guerra in Europa. L’aggressione russa all’Ucraina ha prodotto una crisi umanitaria spaventosa ed è stata segnata da crimini di guerra a ripetizione, sui quali la procura della Corte penale internazionale ha doverosamente aperto un’indagine: attacchi contro obiettivi civili, uso di armi vietate dal diritto internazionale, stupri, esecuzioni extragiudiziali, trasferimenti forzati di popolazione e altro ancora.

Ma proprio la guerra contro l’Ucraina ha rivelato impietosamente i doppi standard che gli stati della comunità internazionale applicano quando sono in gioco i diritti umani. 

La risposta nei confronti del crimine di aggressione di Mosca è stata rapida e determinata. La Cina, invece, si è fatta beffe delle denunce di crimini contro l’umanità commessi nei confronti degli uiguri e di altre minoranze musulmane.

La situazione dei diritti umani è drammaticamente peggiorata in Egitto e Arabia Saudita e il mondo ha taciuto, così come ha taciuto su quanto accade in Israele con i palestinesi. Il conflitto del Tigray, in Etiopia, non ha conosciuto la minima attenzione. In Myanmar, l’esercito golpista ha proseguito a stroncare ogni forma di dissenso e a compiere crimini contro le minoranze etniche.

La guerra contro l’Ucraina ha dimostrato che un’altra accoglienza è possibile: ma solo per chi viene da nord. I percorsi legali e sicuri per chi viene da sud e da est continuano a essere preclusi: si muore in mare e sulle rotte terrestri, tra mancati soccorsi, respingimenti e violenze lungo i confini.

Proteste pacifiche e repressione

Il 2022 è stato un altro anno di enormi proteste pacifiche. Amnesty international ne ha registrate in almeno 87 stati. Sono state adottate nuove norme per limitare le proteste in 29 stati ed è stata usata forza illegale nei confronti di proteste pacifiche in almeno 85. Manifestanti pacifici sono stati arrestati in 79 stati.

In 33 sono stati uccisi manifestanti, in 35 sono state usate armi letali, in 31 sono stati impiegati i militari in servizio di ordine pubblico e in almeno 67 sono state usate armi cosiddette meno letali, che facilmente possono diventare letali: proiettili di gomma, gas lacrimogeni, granate, cannoni ad acqua e altro ancora.

La militarizzazione delle piazze e l’approccio securitario nei confronti di chi manifesta l’abbiamo visto in due luoghi distanti tra loro: il Perù e l’Iran. Nel primo caso, la repressione si è intrisa di razzismo, abbattendosi soprattutto sulle proteste dei nativi. Nel secondo, ha mostrato ancora una volta i tratti misogini di un gruppo al potere che, come in Afghanistan, vive molti secoli indietro.

Lo scorso anno è proseguito l’attacco globale ai diritti delle donne. Non solo nelle strade e nelle piazze, ma anche nella perdurante discriminazione di genere e negli attacchi ai diritti sessuali e riproduttivi. Questa patriarcale brama di controllare i corpi delle donne l’abbiamo osservata negli Usa, dove la Corte suprema ha annullato mezzo secolo di garanzie federali sull’aborto, e nella progressiva e inesorabile limitazione dell’accesso ai servizi d’interruzione di gravidanza in Ungheria, Polonia e altrove. Anche in Italia non siamo messi bene.

L’Italia

Per quanto riguarda il nostro paese, l’analisi di Amnesty international riguarda due legislature e altrettanti governi, protagonisti di un costante deterioramento del rispetto dei diritti umani. Il filo conduttore è quello delle occasioni perdute: la riforma della cittadinanza, il contrasto alla discriminazione, l’istituzione di un’autorità nazionale per la tutela dei diritti umani, l’introduzione del principio del consenso nella normativa in materia di stupro, la fine del memorandum d’intesa con la Libia e i crimini di cui le nostre istituzioni si sono rese complici, la cessazione della criminalizzazione nei confronti delle ong di ricerca e soccorso in mare e delle politiche che rendono arduo, spesso impossibile, trovare riparo in Italia dalla guerra (Ucraina esclusa) e dalla persecuzione e, infine, una gestione dell’ordine pubblico coerente con gli standard internazionali sull’uso della forza.

Sono richieste che i movimenti per i diritti umani in Italia portano avanti da tempo. Ci vogliono anni per avanzare nel campo dei diritti umani, molto meno tempo per arretrare. Come nel caso del reato di tortura: 28 anni per introdurlo nel codice penale, forse 28 minuti in una commissione parlamentare per proporne l’abrogazione.

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