Neofascisti e comunisti insieme con Putin. È la milizia “rossobruna”, tra celtiche e falci e martello, nel nome del nazional-bolscevismo. Tra questi combattenti c’era Edy Ongaro, nome di battaglia Bozambo.

È morto il 30 marzo in guerra a 46 anni colpito da una bomba a mano nel villaggio di Avdeevka, un sobborgo industriale a nord di Donetsk.

Era uno dei foreign fighter italiani, che si sono uniti ai separatisti russi in guerra nel Donbass contro l’esercito di Kiev e i gruppi paramilitari nazionalisti ucraini. Nel 2015, un anno dopo l’inizio del conflitto civile nell’area, Ongaro ha deciso di arruolarsi per difendere la causa della liberazione della Novorossija, così definita dai combattenti come lui.

La brigata Prizarck

La carriera militare di Edy Ongaro nel battaglione Prizark (“brigata fantasma”) un’unità di fanteria della repubblica popolare di Luhansk di estrema sinistra che poteva contare su circa 3mila uomini. Il comandante del battaglione era Aleksej Mozgovoj, leader dei ribelli della città fino alla sua uccisione nel maggio del 2015.

Del comandante Mozgovoj hanno parlato anche gli italiani che sono andati a combattere nel Donbass nel 2014. Intercettati dai carabinieri dell’antirerrorismo del Ros diceva: «Ci dispiace per il Comandante caduto, anche per le sue guardie del corpo, ci dispiace tantissimo», diceva Olsi Krutani condannato a due anni e otto mesi nel luglio del 2019 insieme ad Antonio Cataldo e Vladimir Verbitsky per «reclutamento e conduzione di azioni militari illegali a favore di uno stato straniero».

Ma a Luhansk e Donetsk militanti neofascisti e nazional-comunisti hanno combattuto insieme. Nella regione, oltre ai 3mila uomini di Prizark c’erano anche i membri del battaglione “Batman” l’unità neonazista del gruppo Rusich.

Di stampo neonazista e panslavista i membri del Rusich si sono distinti per la battaglia dell’aeroporto di Donetsk del 2014, raccogliendo volontari da diverse parti del mondo.

La propaganda

People celebrate the recognizing the independence waving Russian national flag in the center of Donetsk, the territory controlled by pro-Russian militants, eastern Ukraine, late Monday, Feb. 21, 2022. In a fast-moving political theater, Russian President Vladimir Putin has moved quickly to recognize the independence of separatist regions in eastern Ukraine in a show of defiance against the West amid fears of Russian invasion in Ukraine. (AP Photo/Alexei Alexandrov)

«Dalle prime informazioni ricevute sappiamo che si trovava in trincea con altri soldati quando è caduta una bomba a mano lanciata dal nemico. Edy si è gettato sull'ordigno facendo una barriera con il suo corpo. Si è immolato eroicamente per salvare la vita ai suoi compagni», scrivono su Facebook i membri del Collettivo stella rossa nord est.

Il cortocircuito è tale da portare questi gruppi comunisti del Donbass a battersi per la liberazione della regione dai neonazisti ucraini al fianco di neofascisti, anche italiani, arruolati nelle milizie filorusse. «Il suo martirio serva a rompere il castello di bugie di questa guerra, ma soprattutto a rilanciare la lotta antifascista e internazionalista. Il sacrificio di Edy mostri la forza del proletariato che saprà portare al trionfo del comunismo», si legge sul post del Collettivo stella rossa nord est. 

Il presidente russo Vladimir Putin ha utilizzato tra le motivazioni che lo hanno spinto a firmare il decreto dell’invasione dell’Ucraina la «denazificazione» del paese e la liberazione delle autoproclamate repubbliche del Donbass riconosciute dal Cremlino come territorio indipendente lo scorso febbraio.

Tra di loro c’è chi è sul fronte e chi, invece, orbita intorno al mondo politico che guarda all’imperialismo sovietico e si nutre del pensiero nazional bolscevico di intellettuali come Aleksander Dugin ed Eduard Limonov.

Nel 2015 gli imperialisti co-organizzano insieme al partito russo Rodina, il Forum conservatore russo internazionale. Nella lista degli invitati era presente tutta la destra europea: da Alba Dorata al Partito nazionaldemocratico tedesco (Npd), passando per il Nordic resistance movement e il British national party. Due erano le organizzazioni politiche italiane: Forza nuova e Millennium, rappresentate da Roberto Fiore e Orazio Maria Gnerre.

Non ha partecipato all’evento Casapound che invece era a sostegno del battaglione Azov, un’unità paramilitare ultranazionalista e accusata di diversi crimini che è stato inglobato all’interno dell’esercito di Kiev e oggi combatte nella zona di Mariupol.

Secondo gli inquirenti Gnerre e la sua rete di contatti lavoravano alla creazione del Coordinamento solidale per il Donbass, che aveva l’obiettivo di «attirare anche militanti di altre realtà che spaziano dall’estrema destra alla sinistra radicale» da diversi stati europei. Nelle intercettazioni Gnerre e i suoi contatti discutono sull’organizzazione di alcune conferenze in Irlanda e Spagna, proprio per spingere più gente possibile ad abbracciare la causa del Donbass.
A fine febbraio del 2015 la polizia spagnola ha arrestato otto persone legate alla sinistra radicale che secondo l’accusa avevano preso parte al conflitto nei battaglioni di combattenti internazionali Voctok e Prizark, lo stesso dove ha militato anche Edy Ongaro.

Al Forum conservatore russo internazionale del 2015 era presente anche il Russian imperial movement, un’organizzazione politica dotata di un’ala paramilitare designata lo scorso anno dagli Stati Uniti come organizzazione terroristica. A capo di questa c’è Denis Gariyev che gestisce i Partizan Courses, i cui partecipanti vengono immersi in scenari di guerra urbana e imparano tecniche di sopravvivenza.

Negli anni diversi di loro sono anche andati a combattere nel Donbass e sono morti in battaglia sotto lo stendardo dell’aquila imperiale, come evidenziato dai loro post pubblicati su Vkontakte.

All’alba del 24 febbraio scorso, quando il presidente Putin ha dato l’ordine di invadere l’Ucraina e le sue truppe sono entrare anche nel Donbass, i separatisti sia di estrema destra che di estrema sinistra, hanno accolto la decisione con gioia e soddisfazione. «Erano otto anni che aspettavamo questo momento» è la frase che ricorre di più sui loro social.

«Liberare il Donbass sarà facilissimo» raccontava un mese fa Andrea Palmieri, di estrazione neofascista e condannato in Italia per diversi reati che ora si trova a Luhansk dopo che nel 2014 era andato lì anche lui per combattere. 

Palmieri e Ongaro condividono anche un altra esperienza: entrambi avevano avuto problemi giudiziari in Italia, il che li aveva convinti a cambiare aria. Poi raggiunto il fronte si sono innamorati del Donbass. E benché provenissero da mondi opposti si sono ritrovati otto anni fa dalla stessa parte della trincea, e oggi sperano che Putin liberi la regione. La carica dei rossobruni.

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