A Sderot, la cittadina israeliana vicino a Gaza, c’è un colle, Givat Kobi, da cui si guarda dritto verso la striscia. Dopo le 8.30 di domenica, l’ora x per l’entrata in vigore dell’accordo per il cessate il fuoco e lo scambio di prigionieri e ostaggi, gli israeliani arrivati per seguire gli eventi hanno visto ancora le colonne di fumo provocate dai bombardamenti dell’Idf. Hamas ha addotto “motivi tecnici” per il ritardo nella comunicazione ufficiale dei tre nominativi degli israeliani da liberare in giornata, e Israele si è comportato di conseguenza: un assaggio della fragilità di un accordo il cui testo non è neppure stato pubblicato.

I nomi sono poi stati confermati: le tre donne rilasciate sono Emily Tehila Damari, 28 anni, anglo-israeliana. Doron Steinbrecher, 31 anni, del kibbutz israeliano di Kfar Azza, uno dei più colpiti il 7 ottobre 2023. E Romi Gonen, 24 anni, rapita dal famoso festival Nova. Sono state accolte nel giubilo della società israeliana.

Non è mancata però la suspense: solo alle 11.15 ora locale l’esecutivo dello stato ebraico ha confermato l’inizio del cessate il fuoco, e verso le 15.30 sono arrivate le prime immagini delle macchine della Croce Rossa dirette al punto di incontro concordato con i militanti palestinesi. Lì si assembrava una calca di migliaia fra militanti con il volto coperto e la bandana verde di Hamas, giornalisti e curiosi.

Dopo le 17 si sono viste le prime immagini delle tre. «Una doppia emozione, sia per il fatto che le abbiamo viste, che per il fatto che si reggono sulle loro gambe», ha commentato, mentre qualcuno in diretta scoppiava a piangere, la tv israeliana. Lo stato di salute degli ostaggi è la questione che più angustia lo Stato ebraico. I video delle tre che scendevano dalla macchina sommerse dal clamore della folla le mostravano in buona forma (si scoprirà che Damari aveva perso due dita di una mano il 7 ottobre). E mezz’ora più tardi è arrivata la comunicazione ufficiale che si trovavano sotto la custodia israeliana.

Nel frattempo, i gruppi whatsapp dell’estrema destra israeliana si preparavano a condividere gli indirizzi dei prigionieri palestinesi che, in parallelo, dovevano essere rilasciati, per inscenare manifestazioni di protesta. Ancor più sul piede di guerra dopo che in mattinata le organizzazioni della militanza palestinese di Gaza avevano diffuso video di parate militari per mandare un messaggio: dopo 15 mesi di bombardamenti e quasi 50.000 morti siamo ancora qui, esistiamo ancora.

Lo scenografico trasferimento degli ostaggi alla Croce Rossa è stato a sua volta un boccone amaro per gli israeliani, come il comunicato in cui Hamas, l’organizzazione che Israele ha dichiarato di voler annientare, sosteneva di stare dispiegando “migliaia di poliziotti” sul campo a Gaza.

Tutti gli altri ostaggi

A Kikar Hahatufim (piazza dei rapiti) a Tel Aviv, il centro pulsante dei raduni e delle attività per il rilascio degli ostaggi israeliani negli ultimi 15 mesi, la folla ha seguito le operazioni sotto il grande schermo elettronico che conta i giorni trascorsi dal rapimento: 471. Ma l’accordo, il secondo dopo quello del Novembre 2023 in cui furono liberati oltre cento israeliani, non rappresenta la fine della mobilitazione dell’associazione dei familiari.

La strada è lunga: dopo le prime tre israeliane bisognerà aspettare fino al settimo giorno di cessate il fuoco per vedere altri ostaggi uscire da Gaza. Basta un nonnulla perché l’intesa subisca ritardi, come già avvenuto, o addirittura deragli, tanto più che nelle fila del governo ci sono ministri dichiaratamente contrari. Ben Gvir, quello della sicurezza nazionale, ha annunciato le dimissioni, più attendista invece quello delle finanze, Bezalel Smotrich.

Le certezze insomma sono poche anche per chi aspetta uno degli ostaggi “prioritari”, i 33 su un totale di 98 che rientrano nella lista della fase 1, quella di donne, bambini, anziani, o feriti. Dovrebbero essere rilasciati tre o quattro alla volta, ha detto il portavoce dell’esercito Daniel Hagari, in un comunicato in cui riprendeva Hamas per i ritardi in mattinata e rivendicava i conseguenti attacchi israeliani.

Le giornate chiave dovrebbero dunque essere sabato prossimo (25 gennaio), poi l’1, l’8, il 15, il 22 febbraio, e l’1 marzo. Nella prima settimana di marzo, poi, l’ultima della fase 1, dovrebbe essere rilasciato l’ultimo gruppo più consistente, probabilmente una dozzina di ostaggi.

Attesa estenuante

Non esiste un ordine ufficiale già comunicato da Hamas e non è da escludersi che l’organizzazione falcidiata dall’offensiva israeliana faccia fatica ad avere un quadro generale della collocazione degli ostaggi, a verificare se siano o meno in vita e quale sia il loro stato di salute. Le famiglie israeliane dovranno così aspettare, di volta in volta, la comunicazione dei nominativi previsti alla vigilia del sabato. E poi stare a vedere in che stato arrivano.

È probabile che venga data la priorità al rilascio degli ostaggi in vita e che dunque, con il passare delle settimane, si assottiglino le chance di lieto fine per i familiari. Ancora più incerto è poi il destino degli ostaggi nella fase due, i cui termini verrebbero definiti solo dopo i primi 16 giorni di applicazione dell’accordo.

Per gli ostaggi uomini il numero di prigionieri palestinesi liberati dovrebbe essere molto più alto. E anche sul campo dovrebbe esserci un cambio di passo. Mentre già ora l’esercito israeliano dovrebbe lasciare i centri urbani di Gaza e dispiegarsi nella cosiddetta fascia di sicurezza, una terra di nessuno di circa 900 metri lungo il perimetro della striscia, nella seconda dovrebbe lasciare del tutto il territorio, compresi i corridoi strategici di Filadelfia e Netzarim. Un prezzo ancora più indigesto per l’ultradestra israeliana: in questo senso potrebbe risultare decisiva la pressione di Trump su Netanyahu.

Nel frattempo in mattinata è passata quasi inosservata una notizia che in circostanze diverse avrebbe provocato grande clamore in Israele. È stato ritrovato a Gaza il corpo di Oron Shaul, un soldato caduto in combattimento nel 2014 la cui famiglia, durante le sue campagne per la restituzione del figlio, era divenuta nota nel Paese.

© Riproduzione riservata