La chiusura dello stretto di Hormuz è una minaccia iraniana all'economia globale, mentre la chiusura dei porti iraniani, da parte della marina americana, è a sua volta una minaccia alla sopravvivenza dell'economia iraniana: chi vincerà questo terribile braccio di ferro ancora in essere risulterà il vincitore finale dello scontro in corso tra Iran e Stati Uniti, un conflitto ideologico, energetico e militare, iniziato nel lontano 1979 con la caduta dello Scià e la formazione della Repubblica islamica dell’Iran di Khomeini e mai risolto.

Le condizioni reali dell'economia iraniana, già sottoposta a sanzioni pesanti degli Stati Uniti da molti decenni e colpita da una grave crisi idrica che ha portato siccità in vaste aree del paese, sono drammatiche. Il regime iraniano ha completamente sospeso l’esportazione dei prodotti del petrolchimico perché quel che è rimasto in piedi dopo i raid aerei israeliani e americani va indirizzato al fabbisogno interno. Secondo stime di analisti occidentali si ritiene che almeno il 75% della produzione petrolifera iraniana sia stata colpita dai raid israeliani.

La stima e il fact checking

A tutte queste debolezze e fattori di rallentamento della produzione di idrocarburi va aggiunta la notevole perdita giornaliera dovuta alle interruzioni di internet volute dal governo di Teheran soprattutto, se non esclusivamente, per motivi di controllo sociale del dissenso interno. Afshin Kalahie, responsabile della commissione per la Conoscenza della Camera di commercio iraniana, ha recentemente affermato che «la perdita giornaliera diretta dovuta alle interruzioni di internet per l'economia iraniana si aggira tra i 30 e i 40 milioni di dollari, mentre includendo le perdite indirette, la cifra sale a 70-80 milioni di dollari al giorno. A questo proposito, il danno causato dalle interruzioni di internet, di cui il governo iraniano è responsabile, è superiore al danno infrastrutturale subito da infrastrutture come il ponte B1 di Karaj o le centrali elettriche». Possibile? Sono cifre affidabili?

Un'analisi dei fatti, delle prove e degli indizi dimostra che quanto affermato è pressoché corretto.

Secondo il ministro delle Comunicazioni, la perdita giornaliera dovuta alle interruzioni di internet per l'economia digitale è di 5.000 miliardi di toman, che – considerando il tasso di cambio medio del dollaro – corrispondono a circa 38 milioni di dollari.

I calcoli di Factnameh, un sito di fact checking di questioni persiane che opera dall’estero, e basati sulla quota dell'economia digitale nel Pil, mostrano che il valore aggiunto del settore dell'economia digitale iraniana, colpito da interruzioni e blocchi di internet, si aggira intorno ai 40 milioni di dollari al giorno.

Con le informazioni disponibili, non è possibile stimare e calcolare con precisione le perdite indirette causate dai blocchi di internet ad altre imprese, ma i media iraniani indicano che molte aziende hanno subito danni indiretti e pesanti ricadute sulla produttività. L'entità di questi danni sembra tale che le perdite indirette dovute ai blocchi di internet possono essere considerate paragonabili alle perdite dirette. Pertanto, Factnameh valuta le dichiarazioni del capo della commissione per la Conoscenza della Camera di commercio iraniana come «parzialmente vere».

Il fattore tempo

Ecco perché, in conclusione, di questa disanima dello stato dell’economia iraniana, il fattore tempo è determinante per il regime iraniano la cui economia, già colpita dalle sanzioni sta attraversando il momento più duro della sua esistenza nonostante finora abbia dimostrato una resilienza inaspettata.

«Se la guerra attuale si concludesse con il regime iraniano indebolito ma ancora al potere, il rischio maggiore è che la regione scivoli in un altro ciclo di contenimento, crisi e confronto che potrebbe gradualmente generare pressioni per un conflitto più ampio e distruttivo in futuro». ha scritto Sanam Vakil sul Financial Times.

Chiaramente uno schema interpretativo pieno di lacune dove nessuno ha un piano chiaro per il post-Repubblica islamica, men che meno gli Emirati o i sauditi. In questo braccio di ferro economico dagli esiti incerti la guerra in corso allora potrebbe evolversi in qualcos’altro, con le truppe terrestri americane sul campo in una pericolosa escalation regionale.

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