Sono innumerevoli i no che ormai circondano Trump: da febbraio ad oggi, gli sono cresciuti intorno alti come le sbarre di una gabbia, gli impediscono ormai di muoversi sulla scacchiera mediorientale. Il presidente è a corto di munizioni contro l’Iran, opzioni di tregua da Gaza a Teheran.

Un no il presidente l’ha incassato da Netanyahu domenica scorsa al piano del Board of Peace per il disarmo di Hamas e il ritiro del suo esercito dalla Striscia. (Un piano che ha ottenuto l’approvazione anche dal dicastero degli Esteri tedesco, dove viene letto come «un’opportunità»). Anche se forse, per la Striscia, uno spiraglio si è aperto nelle ultime ore; una possibilità per il piano c’è: lo avrebbe detto Bibi a Jared Kushner, scrive il Jerusalem Post. Se qualche chance per il ritiro dell’Idf da Gaza sembra esserci, non se ne intravede alcuna per il Libano, dove lunedì si sono registrati nuovi attacchi: tre; a Kfar Tebnit, Nabatieh al-Fawqa e Mansouri.

«Stiamo solo negoziando in modo informale con loro»: Trump, parlando ad Axios dei suoi nemici iraniani, descrivendo una Teheran trafitta dall’inflazione e ormai senza denaro, ha spiegato che i negoziati in corso sono low-keying, di basso profilo.

Prezzo da urlo

Ma qualcos’altro in America (come nel resto del mondo) sta invece diventando altissimo: il prezzo del greggio, che sta diventando stellare. E oggi Trump sta peggio di Jimmy Carter durante la crisi degli ostaggi del 1979-80: 46 anni dopo, a essere tenuto in ostaggio – scrivono gli editorialisti Usa – non sono i cittadini americani, ma uno stretto energetico fondamentale per il mercato mondiale.

L’accordo bilaterale per gestire lo snodo in collaborazione con l’Oman non è stato ancora finalizzato, ma è nelle fasi finali e «le vecchie rotte esistenti saranno sostituite da nuove rotte» ha assicurato il ministro degli Esteri Abbas Araghchi lunedì. Ma se gli americani vogliono davvero vedere di nuovo sbloccato Hormuz, ora devono esaudire ancora più richieste (non sono più traguardi da raggiungere durante i colloqui, ma precondizioni per riavviarli).

Sono sei e le ha espresse Mohammad Bagher Zolghadr, veterano pasdaran. Prevedono la fine definitiva della guerra contro l’Iran e i suoi alleati regionali, fine delle minacce e degli insulti americani; la revoca del blocco navale Usa dei porti iraniani e il ritiro delle forze di Washington dalle aree più prossime ai confini sciiti; il risarcimento per i danni causati da americani e israeliani; la revoca delle sanzioni e lo scongelamento dei beni iraniani.

La leva del midterm

Di più, sempre di più, vogliono gli iraniani, che hanno letto bene quei no che circondano Trump, che ha sempre meno tempo davanti a sé, con le midterm in arrivo. La leva di Teheran, oltre Hormuz, è proprio il desiderio del presidente di trovare una via d’uscita dallo stallo sciita: vuole soltanto un modo per riaprire lo Stretto, «dichiarare la sua vittoria e andarsene». Lo dicono fonti anonime ai media statunitensi, che riferiscono anche di alti gradi militari che insistentemente chiedono la fine del conflitto, la meno dolorosa possibile, per la carenza di sistemi Patriot e Thaad.

Trump ha dilapidato le scorte di armi nella sua avventura iraniana e la realtà si è dimostrata più forte della propaganda del repubblicano: il vice del suo segretario alla Guerra, Steve Feinberg, è stato costretto ad ordinare alle aziende di aumentare la produzione e di corsa. Inetti nel contenere la crisi, incapaci di prevederne gli sviluppi, ora i repubblicani più che sollecitare, ordinano di accelerare rapidamente la produzione e la consegna di armi.

Lo dice un memorandum del dipartimento della Difesa diffuso dal Washington Post: le aziende non hanno più di 21 giorni per presentare piani che non contemplano più l’inaccettabile lentezza mantenuta fino a qui. «Dobbiamo accelerare drasticamente i nostri programmi ed espandere la nostra capacità produttiva ora» ha detto il vicesegretario, ma, scrive il quotidiano, il problema potrebbe rimanere irrisolto se il Congresso non sbloccherà i fondi per la produzione.

A proposito di no, resta quello incassato dalla Corte Suprema per l’illegalità dei dazi: l’amministrazione Usa ha già restituito a titolo di rimborso alle imprese circa 100 miliardi di dollari: una cifra che equivale a circa il 60 per cento dei 166 miliardi di dollari incassati dal governo (ma restano potenzialmente da rimborsare altri 66 miliardi di dollari).

Trump ha fretta di chiudere almeno uno dei conflitti aperti: troppe mappe di macerie e insuccessi restano sul suo tavolo irrisolte. Ma anche gli iraniani soffrono: la blokade statunitense ha fermato le esportazioni di petrolio dall’isola di Kharg, snodo cruciale petrolifero degli sciiti, dove i terminal sono vuoti di greggio. Dalla fine di luglio non si parte: 17 petroliere galleggiano nel vuoto e nell’attesa di poter raggiungere Pechino. A Teheran lunedì c’è stato un giro di poltrone; la Guida Suprema ha schierato un fedelissimo a capo della sicurezza nazionale: un veterano poco incline a negoziare, il 71enne Mohsen Rezaei, che sostituirà Mohammad Bagher Zolghadr. Alla guida dei pasdaran, è arrivato invece il generale Ahmad Vahidi.

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