Respinti da Israele i 15 punti del piano del Board of Peace su Gaza. La scusa ufficiale è il disarmo di Hamas, che spera negli Usa
«Ho sentito dire: “Non l'hai detto”. Quindi lo ripeto: Israele respinge il documento in 15 punti». Lapidario, irriducibile, durante una riunione del suo gabinetto, Netanyahu domenica ha detto no al piano per Gaza degli americani, che propongono il ritiro delle sue truppe dalla Striscia. Bibi ha detto no al suo più formidabile alleato: a Trump e al suo Board of Peace. Per Bibi il ritiro dell'Idf dal territorio avverrà solo dopo un «disarmo reale, non fittizio» di Hamas; ma non è facile capire come possa essere esaudita una delle sue richieste più perentorie: la consegna di tutte le armi in mano ai miliziani, «armi pesanti, armi leggere, tutte le armi».
Tracciando per l'ennesima volta il suo progetto di non esistenza di uno Stato palestinese, dalla Striscia alla Cisgiordania («Finché sarò Primo Ministro, non verrà istituito uno Stato palestinese, né a Gaza né in Giudea e Samaria»), il premier ha concluso dicendo che Israele «sta discutendo la questione con gli americani», che hanno avanzato diverse proposte, alcune ritenute accettabili, altre invece inaccettabili, «e sappiamo come opporci con fermezza a queste cose».
L’alibi, e non il dilemma, gli israeliani l'hanno trovato nella tempistica: il Board ha pubblicato il piano in 15 punti il 30 luglio, concedendo a Hamas e Israele due settimane per concordare la «cronologia e i meccanismi di attuazione» del disarmo e del ritiro. Ma è sulla sequenza cronologica che tutto si arena: in che ordine devono procedere le operazioni non è stato specificato.
Dunque, Hamas aspetta il primo passo indietro dal suo territorio di Israele, Israele aspetta che deponga le armi Hamas e il serpente continua a mordersi la coda a Gaza, che resta avvolta nello stesso cerchio di fuoco. Netanyahu ha specificato che il suo no arriva in nome della sicurezza dello Stato: «Dobbiamo resistere, anche contro i nostri migliori amici, quando necessario». E ora lo è, ma non per la sicurezza: se domenica non ha assecondato il suo alleato è perché, alle porte, non ha veri avversari – alcuna vera minaccia – se non le urne.
Mossa elettorale
Il rapporto tra Trump e il «fottutamente pazzo» Netanyahu — a definirlo così è stato lo stesso tycoon — non verrà messo a repentaglio da questo, che forse verrà ricordato soltanto come l’ennesimo messaggio in una puntata della saga, fragile e tragica, della storia della Striscia. Le parole del premier non sono una vera sfida al repubblicano: il messaggio con microfoni a favore è rivolto soprattutto al suo elettorato interno; il volano del consenso resta la “forever war”, una guerra senza fine che il leader israeliano vuole trascinare almeno fino al 27 ottobre, il giorno delle elezioni in cui i sondaggi lo danno sfavorito.
Bibi rimane ostaggio dei suoi ministri più radicali, quelli che da Gaza non vogliono andare via, per spingersi ancora oltre la metà del territorio che già controllano a Nord. «Le Forze di Difesa Israeliane non possono arretrare di un millimetro nella Striscia di Gaza», ha detto il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich: a lui, ad altri, Bibi deve una rimonta, che passa anche dalla promessa di non cedere terreno. Questo no, per gli analisti, è soltanto la prima mossa, quella d’apertura: insomma, se il Medio Oriente fosse una scacchiera, non è quella destinata a fissare la posizione finale.
Hamas
Paradossalmente, chi concorda con Trump è Hamas. In un comunicato pubblico diffuso su Telegram, il movimento ribadisce che la priorità è la piena attuazione dell’accordo: «La cessazione completa degli attacchi contro i palestinesi, il ritiro delle truppe israeliane, l’apertura dei valichi e l’ingresso di aiuti umanitari». Ai mediatori, cioè gli americani, chiede di «assumersi le proprie responsabilità»: ovvero di fare pressione su Israele. Apertamente, senza giri di parole, lo ha chiesto Bassem Naim, membro dell’ala politica dell'organizzazione: «Ci aspettiamo che i mediatori e il garante americano esercitino pressioni su Netanyahu e sul suo governo affinché rispettino la tabella di marcia e non ostacolino il processo per ragioni politiche ed elettorali interne».
Non se ne parla più come di una guerra, ma questo non significa che laggiù a Gaza sia finita. È finita, semmai, la presenza del conflitto nel dibattito internazionale, dopo che la questione è sprofondata nella tana del bianconiglio della diplomazia ed è cominciata la battaglia del Golfo. Mustafa Barghouti, segretario generale dell’Iniziativa palestinese, ha ricordato che, comunque, Tel Aviv ha violato la tregua con i bombardamenti su Gaza per 3.000 volte, uccidendo più di 1.200 persone e ferendone oltre 4.000. Gli Stati Uniti, ha detto, non hanno fatto nulla per impedirlo.
Anche questo accordo per Gaza — come quello iraniano — era stato annunciato da Trump a fine luglio a lettere cubitali sui social: era «storico». E anche questo, come quello siglato con gli iraniani a giugno, si è rivelato de facto praticamente inutile per fermare il sangue e il fuoco. Ora anche un altro accordo, appena siglato, è già a repentaglio: quello della triplice alleanza sunnita, firmato alla Mecca venerdì scorso da pachistani, turchi e sauditi – in stile Nato, improntato sulla difesa collettiva.
Ancora domenica, al largo del mar Rosso, i sauditi sono stati nuovamente attaccati dai ribelli Houthi mentre Ankara si affrettava a precisare che il patto non è diretto contro l’Iran. Insomma, non servirà a Riad da barriera tagliafuoco per i raid sciiti nemmeno questo. Forse qualcosa faranno più dei sistemi antimissile le parole e gli sforzi degli intermediari: il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha detto che non ci sono colloqui in corso con gli Stati Uniti, ma lo scambio di messaggi tra mediatori per riaprire il negoziato continua.
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