Dopo settimane di trattative sarebbe pronta l’intesa tra Oman e Iran per far ripartire il traffico marittimo nello stretto di Hormuz, bloccato da mesi, anche se Teheran ha già fatto sapere che il passaggio nello Stretto non sarà aperto «alle navi americane e israeliane». Il nuovo accordo mette definitivamente fine al «vecchio» memorandum d’intesa siglato il 17 giugno tra Stati Uniti e Iran, che avrebbe dovuto mettere fine alla guerra ma che, nei fatti, non è mai decollato, incagliandosi proprio su Hormuz e sul fronte libanese.

A certificare la nuova intesa manca però l’ultima parola della Guida Suprema Mojtaba Khamenei, eletto dopo l’uccisione del padre nel primo giorno di guerra ma non ancora apparso in pubblico e, secondo alcune fonti iraniane, gravemente ferito. Nei giorni scorsi era stato il presidente Masoud Pezeshkian, figura marginale nel sistema istituzionale iraniano, a riferire che al momento «è molto difficile comunicare con lui». Parole che, forse, lasciano intendere anche la distanza tra le posizioni dei pragmatici — coloro che puntano a un accordo con gli Stati Uniti, Pezeshkian e Araghchi in primis — e la linea oltranzista incarnata dai Pasdaran, di cui Khamenei rappresenta l’espressione politica.

Uno stallo geopolitico e diplomatico lontano dal risolversi, con gli Stati Uniti che difficilmente accetteranno un accordo su Hormuz senza esserne parte. Teheran, dal canto suo, attraverso Hormuz — aperto e libero nel passaggio prima della guerra — tenta di massimizzare i guadagni politici ed economici e, attraverso i pedaggi, di ripagare almeno in parte i danni alle infrastrutture colpite durante i bombardamenti.

Ma a soffrire il protrarsi della guerra e la chiusura dello stretto di Hormuz sono innanzitutto i cittadini iraniani: sono loro a pagare il prezzo più alto della crisi e del blocco dello Stretto, schiacciati tra la repressione del regime e una crisi economica che dura da anni. «Negli ultimi mesi il regime iraniano ha creato un’atmosfera fortemente securitaria attraverso arresti di massa di attivisti e manifestanti. Le esecuzioni sono aumentate a un ritmo senza precedenti.

Allo stesso tempo, come iraniani, stiamo assistendo anche a una forma di repressione economica. Le politiche economiche di destra del governo iraniano e la guerra hanno spinto le condizioni di vita delle classi popolari a un livello quasi insopportabile, così come quelle di diversi gruppi di lavoratori. La conseguenza più immediata di questa situazione è stata un forte senso di depressione e una rabbia repressa», racconta Yashar D., ricercatore, scrittore e attivista iraniano, recentemente rilasciato dalle autorità iraniane e raggiunto attraverso Telegram.

Il pugno duro del regime

Delle condizioni del suo arresto non vuole parlare, per non personalizzare il racconto. I lividi che porta sul corpo sono una testimonianza ben più eloquente delle sue parole. Yashar è un noto studioso marxista ed ex prigioniero politico. Venne arrestato per la prima volta durante il Movimento Verde del 2009 e da allora è finito più volte in carcere. L’ultimo arresto risale al primo giugno scorso, quando è stato fermato e picchiato a Teheran, per poi essere trasferito in un luogo sconosciuto dove è rimasto detenuto per quasi due mesi.

L’arresto di Yashar dimostra come la repressione del regime contro attivisti e oppositori politici non si sia mai fermata, nemmeno durante la guerra con Israele e Stati Uniti. Anzi, il protrarsi del conflitto non ha fatto altro che rinsaldare il regime su posizioni ancora più radicali rispetto al passato, con i Guardiani della Rivoluzione (Pasdaran) che hanno consolidato il controllo del potere e non hanno più trovato ostacoli nel reprimere i propri cittadini.

Sinistra iraniana

Allo stesso tempo, con l’invasione israelo-americana, la variegata sinistra iraniana, di cui Yashar è una delle menti più influenti, è stata capace di portare avanti una critica nuova, in grado di opporsi contemporaneamente sia alla guerra di aggressione statunitense e israeliana sia al regime iraniano. «Il nostro obiettivo è rafforzare l’organizzazione dei lavoratori e di altri gruppi sociali subordinati attraverso sindacati clandestini. Solo con un’alleanza delle classi sociali più deboli, che oggi sopravvivono in larga parte con gli aiuti del regime, sarà possibile arrivare un giorno al crollo della Repubblica Islamica», confessa.

«In questo momento la priorità è costruire strutture piccole ma durature, capaci di organizzare una lotta politica dal basso; la seconda è mantenere viva la possibilità di una rivoluzione all’interno del paese, compressa dalla guerra. Il mancato crollo della Repubblica Islamica, tanto annunciato da americani e israeliani, ha spinto le persone verso una routine di sopravvivenza quotidiana. Il nostro obiettivo è tenere viva la speranza di un cambiamento, nonostante tutto».

Hormuz forse riaprirà, ma una soluzione per il popolo iraniano non c’è, continuerà a restare ingabbiato tra un regime sanguinario e l’incertezza di una nuova guerra, senza una reale via d’uscita.

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