BAGHDAD – Il tramonto sul Tigri è lunghissimo. La luce si stira dietro i palazzi di Haifa Street con pigrizia, riempiendo di luce i buchi dei kalashnikov che puntellano gli edifici e che rimangono a memoria degli scontri tra le forze armate statunitensi, irachene e milizie armate. Il tassista passa col rosso, qualcuno suona e la macchina accelera ancora: le palme bruciano sotto l’ultimo sole, i colori dei neon riempiono le strade sempre affollate, un motorino malandato taglia la strada. Tre ragazzi si agitano sul mezzo e ondeggiano pericolosamente. Ripartono, e noi con loro.

La ricostruzione dell’Iraq prosegue un passo in avanti e due indietro: stretto in una regione governata dall’instabilità e segnata da influenze politiche esterne, a banchettare sui resti della popolazione e del paese sono stati gli attori che hanno creato quello stesso vuoto istituzionale e sociale che ancora oggi fatica a ricostituirsi.

Nel 2023, a più di vent’anni dall’invasione guidata dagli Stati Uniti e cinque anni dopo la sconfitta territoriale dello Stato Islamico (Isis), le Nazioni Unite hanno progressivamente cambiato il loro approccio in Iraq, passando da una risposta umanitaria immediata a un modello orientato allo sviluppo e volto alla costruzione di sistemi sostenibili, con al centro l’intervento dello Stato. E quindi del governo di Baghdad e di quello Regionale del Kurdistan, spinti ad assumersi maggiori responsabilità, mentre il sistema umanitario internazionale riduceva progressivamente il proprio ruolo.

Foto di Lavinia Nocelli
Foto di Lavinia Nocelli
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Il rischio del vuoto

Diverse organizzazioni umanitarie hanno espresso preoccupazione per una transizione troppo rapida, un cambio di ritmo brusco che rischia di creare nuovi vuoti all’interno del tessuto sociale e politico. Nonostante il paese non si trovi più in una fase di emergenza “acuta”, persistono bisogni e nodi strutturali che hanno lasciato le minoranze e i gruppi più vulnerabili a rischio, tra chi è impossibilitato a tornare a casa, sfollati, chi non può accedere ai servizi di base, all’assistenza sanitaria e l’istruzione.

Se la risposta umanitaria è stata in gran parte gestita dalla comunità internazionale, con il parziale ritiro delle Nazioni Unite molte Ong internazionali hanno cercato di proseguire le attività attraverso finanziamenti diretti dei donatori. Per le organizzazioni locali, che spesso sostengono gran parte del lavoro sul campo, la situazione si è invece ulteriormente complicata.

Foto di Lavinia Nocelli
Foto di Lavinia Nocelli
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L’amministrazione americana guidata da Donald Trump ha dato il colpo finale all’inizio del 2025, con la sospensione della maggior parte dei finanziamenti dell’Agenzia Usa per lo Sviluppo internazionale (Usaid), cancellando circa 5.800 sovvenzioni in tutto il mondo e contratti per un valore di oltre 27 miliardi di dollari. Fondata nel 1961 dal presidente John F. Kennedy, Usaid è il principale canale responsabile della gestione degli aiuti esteri statunitensi, che molti esperti vedono come strumento di soft power che promuove gli interessi degli Stati Uniti.

Operando in oltre 100 paesi, l’Iraq ha ricevuto più di 9,3 miliardi di dollari di assistenza dall'Usaid dal 2003. La decisione di Washington ha piegato la società civile irachena e sollevato numerosi interrogativi sulla futura stabilità del paese, ma ha anche lasciato migliaia di persone senza sostegno e minacciato il progresso in settori cardine. A cascata, i licenziamenti hanno iniziato a colpire programmi, operatori e organizzazioni che progressivamente hanno tagliato fondi, personale e sostegno, che già avevano ridotto il loro intervento nell’area.

L’acqua che manca

La sera stringe le maglie sulla città. Fuori dal finestrino la luce gialla dei lampioni si posa su un gruppo di bambini che vendono frutta all’angolo della strada, poi su una coppia di militari a guardia di un palazzo residenziale, si ferma infine su due donne che attraversano rapidamente la carreggiata. Gli occhi neri riempiti di mascara, lo sguardo profondo mentre il muezzin sale a onde dal quartiere adiacente. La siccità e la carenza d’acqua, insieme ai cambiamenti ambientali, sono un’altra difficoltà strutturale che gli iracheni devono affrontare. Il rincaro dei prezzi dei prodotti alimentari è la conseguenza più evidente.

Con la caduta del regime di Saddam Hussein, l’Iraq ha visto un rapido aumento delle organizzazioni non governative che hanno fornito assistenza logistica, aiuti umanitari, combattuto la corruzione, promosso i diritti umani ed elezioni trasparenti in tutto il paese. Ma soprattutto responsabilizzare le donne, sostenendo i loro diritti e fornendo servizi di supporto legale, psicologico e lavorativo per arginare il problema della violenza domestica e degli abusi.

La decisione dell’amministrazione statunitense di congelare gli aiuti esteri ha avuto un impatto anche sulle donne che beneficiavano di questi servizi e delle politiche implementate per proteggerle, non solo sui progetti di sviluppo nel paese. Di fronte ad un’incapacità e scarsa risposta delle istituzioni ufficiali, le Ong rappresentano un ambiente sicuro e riservato a cui le donne possono rivolgersi per i loro casi. Gli enti predisposti, infatti, non sono in grado di offrire i medesimi standard di affidabilità e fiducia dove le stesse possono ottenere aiuto senza timore di ritorsioni o stigma. Un’alternativa efficace ancora non è stata individuata, e nel frattempo le intimidazioni aumentano e le voci diminuiscono.

La morte di Yanar

L’omicidio di Yanar Mohammed, femminista irachena e fondatrice dell’Organization of Women’s Freedom (Owfi), ha scavato nella frattura sociale già profonda del paese. L’assassinio, avvenuta per mano di due uomini armati in motocicletta che hanno aperto il fuoco fuori dalla sua abitazione a Baghdad, è stato descritto come un «assalto calcolato per soffocare i difensori dei diritti umani» da Amnesty International.

Un colpo diretto a tutte le femministe e giornaliste irachene, le donne e ragazze che, in vent’anni di attivismo, ha contribuito a proteggere. Che fossero in fuga dalle violenze, dai matrimoni forzati e dalla tratta, Mohammed ha creato una rete di case sicure per loro e chi ne avesse bisogno. Un attacco diretto a tutta la società civile, a sottolineare che esprimersi, in Iraq, può ancora oggi costare la vita.

Foto di Lavinia Nocelli
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Nonostante le macerie vengano rimosse per far spazio a investimenti cinesi da diciassette piani, qualche catena di fast food americana provi a riconquistarsi spazio tra curiosità e titubanze, e turisti europei si affaccino meravigliati sul Tigri. Una voce scomoda, quella di Yanar, tra le più autorevoli del femminismo arabo contemporaneo, soffocata, secondo molti osservatori, da una fazione armata filo-iraniana.

Quelle stesse milizie che ancora oggi sono un nervo scoperto e continuano a muovere gli equilibri all’ombra di un governo debole, rimasto paralizzato per mesi. Con la nomina di Ali al-Zaidi a nuovo primo ministro lo scorso maggio, Washington ha mostrato la volontà di utilizzare la propria leva finanziaria e politica per influenzare la traiettoria del nuovo governo iracheno, spingendolo a limitare l’influenza delle milizie sostenute da Teheran e a riportarne le armi sotto il controllo dello Stato.

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