«Francamente oggi è difficile parlare di storia russa in modo positivo. Questa guerra ha distrutto tutto». Storia e memoria sono più di una semplice professione per Irina Scherbakova. Nata a Mosca nel 1949, da genitori ebrei di origine ucraina, nel 1989 ha contribuito a fondare Memorial, quella che nel tempo è diventata la più importante organizzazione per la ricerca e della riabilitazione delle vittime della repressione durante l’Unione sovietica e per la tutela dei diritti umani in Russia. Dopo un lungo periodo di persecuzione, alla fine del 2021 Memorial è stata sciolta con accuse pretestuose. Oggi, Scherbakova e i suoi colleghi continuano in esilio il loro lavoro per difendere la storia e i diritti violati.

Memorial lotta da oltre tre decenni affinché non si perda il ricordo dei crimini commessi durante il periodo sovietico. Oggi una nuova ondata di repressione ha colpito la società russa. Cosa significa per uno storico quando il passato che studia diventa il proprio presente?

Il lavoro sui crimini commessi in passato di Memorial era proprio un lavoro per il presente e per il futuro, poiché avevamo capito che le conseguenze del terrore di massa e della paura erano forti ed erano ancora un grandissimo pericolo. Oggi la storia continua a essere importante. Quello che fa Putin per giustificare questa guerra è molto interessante: alle persone viene chiesto di credere che la Russia sta combattendo per un passato e per dei valori che non sono mai esistiti. Un passato inventato, mitologico, ricostruito come un gioco al computer, che ha sostituito qualsiasi cosa, compresa l’ideologia. Ma i miti storici che Putin usa per giustificare la guerra in Ucraina non possono reggere ad alcuna critica perché non hanno nulla a che vedere con la storia.

Che società è la Russia davanti al “putinismo di guerra”. Rassegnata, depoliticizzata, come spesso viene dipinta, o esiste una resistenza?
La popolazione è divisa in tre parti. C’è una parte che sostiene la guerra e che sostiene Putin. È la parte che vediamo nei blog dei corrispondenti di guerra, quella di Prigožin, quella che sostiene che dobbiamo cancellare l’Ucraina dalla faccia della terra. C’è poi una parte della popolazione che ha un atteggiamento critico nei confronti della guerra, ma abbiamo visto che alle manifestazioni contro la guerra hanno partecipato forse 100mila persone: una parte molto ridotta della popolazione. Si tratta comunque di molte persone e molte altre hanno lasciato la Russia. Questo tipo di emigrazione politica dalla Russia non si vedeva dal 1917. La parte principale della popolazione sono quelli che cercano di venire a patti con questa situazione. Tentano di nascondersi nella vita privata, dicono: non possiamo cambiare niente, sarebbe bello se la guerra finisse, ma non sappiamo come arrivarci e comunque Putin ne capisce più di noi. C’è poi un altro elemento importante: Putin non è arrivato al potere con un colpo di stato all’improvviso, sono 23 anni che la popolazione si è abituata a questo regime. Ci sono giovani che sono nati sotto Putin e sono morti in guerra sotto Putin. La popolazione è stata portata gradualmente dal regime all’apatia, al cinismo, alla paura della violenza. L’effetto che su di loro ha fatto il regime è ciò che ha reso possibile la guerra.

Come molti altri paesi al mondo, la Russia ha avuto lunghi periodi di governi autoritari e di guerre sanguinose. Ci sono differenze tra questo conflitto e quelli del passato?

Durante la guerra in Cecenia le madri facevano di tutti per trovare i loro figli, scoprire se erano morti, feriti, se erano prigionieri, affrontavano le condizioni più difficili per raggiungerli e spesso cercavano di persuaderli a disertare. Perché ora non vediamo niente del genere o lo vediamo molto poco? Spesso nei casi in cui le mogli e le madri dei soldati si sono rivolte a Putin è stato per dire che i loro cari combattevano in condizioni terribili e chiedergli di migliorarle, non per lamentarsi che erano stati mandati a combattere in una guerra criminale. In questo ha un ruolo un certo fatalismo, un senso che non si può cambiare niente. Ma c’è un’altra cosa ancora peggiore: mai nella nostra storia sono stati pagati così tanti soldi a chi combatteva o alle famiglie dei caduti. Quello che è in corso è un vero e proprio scambio, che Putin ha formulato in modo chiaro: è meglio che i vostri figli o i vostri mariti muoiano in un incidente stradale o che muoiano da eroi, in più ricevendo in cambio molti soldi? É un fenomeno terribile, ma è un indicatore importante che ci fa capire come questi processi tocchino quello che sta alla base della vita: i legami familiari. Legami che persino all’epoca di Stalin era l’unica cosa che rimanave alle persone per contrapporsi allo stato e che gli mettevano davanti. Questo ci fa capire a che livello di distruzione è arrivata la società russa.

La storia russa è tra due fuochi. Da un lato la ricostruzione che serve agli interessi di Putin. Dall’altro quella che all’opposto la indica soltanto come una sequenza di crimini e di oppressioni che dev’essere cancellata. È possibile mantenere una memoria positiva del passato russo?

Come storica per me è difficile usare categorie come positiva o negativa, sono categorie difficili con le quali lavorare. Parlando della storia russa è molto difficile parlare di una storia positiva, ci sono molti pochi periodi dove è stato possibile non solo realizzare, ma anche promettere cambiamenti positivi e uno stato più umano. Sono stati periodi molto brevi. Le dirò francamente, se mi trovassi a Kiev farei molta fatica a parlare dei momenti positivi della storia russa, perché questa guerra ha distrutto tutto. Come storica penso invece che nella storia tragica della Russia e dell’Urss ci siano stati dei bivi. Dopo il febbraio del 1917, poi negli anni Novanta, ovviamente. E forse anche dopo la Seconda guerra mondiale, il cui mito ora viene usato per fini malvagi, ma che fu comunque un momento in cui un male assoluto come il nazismo tedesco venne sconfitto, anche con l’aiuto degli alleati, dai popoli dell’Unione sovietica e pagando un prezzo altissimo. Non credo nel determinismo storico, penso che in questi bivi fosse possibile prendere un’altra strada. Ora bisogna chiedersi perché quelle opportunità sono state perse.
Cosa pensa dei tentativi di papa Francesco di difendere la cultura russa?

Io non ho diritto di giudicare, ma quantomeno possiamo dire che il papa non è deciso sulla pace, sulla guerra e sulla sua posizione riguardo all’Ucraina. Se devo essere franca, sarebbe importante per una figura di questo tipo schierarsi contro la guerra e a favore dell’Ucraina con tutti i mezzi. E avrebbe dovuto dirlo con decisione. La cultura russa resisterà, sopravviverà e proseguirà. Però voglio anche dire che ho molto rispetto per le organizzazioni legate alla chiesa cattolica che aiutano e continuano ad aiutare i profughi ucraini facendo moltissimo per loro.

 

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