Forse questa verità di Donald Trump sull’ultima guerra del Golfo durerà almeno fino a domani e resisterà per qualche altro giorno ancora: tra dispetti e smentite, si è delineato davvero l’accordo provvisorio tra Stati Uniti e Iran. Manca ancora l’ok finale dei massimi vertici di Washington e Teheran, ma il lavorio paziente delle api della mediazione - che evidentemente, non hanno mai smesso di operare incessantemente nell’ombra, mentre continuavano a cadere bombe in mare e in terra - potrebbe aver aperto uno spiraglio concreto. E concreti emergono risultati: il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, ha dichiarato che è stato raggiunto un «accordo definitivo» sul testo. Anzi, ha rincarato: «La pace non è mai stata così vicina». E a detta di Axios (che lo ha sentito), Trump ritiene «possibile la firma dell'accordo con l'Iran nel weekend o lunedì».

Aerei in volo

Axios legge evidenze di questa ipotesi di intesa nelle eliche di quattro aerei da carico C17 che già roteano per volare a Ginevra, dove verrà organizzata la cerimonia di firma dell’accordo preliminare domenica. Ci sarà il vicepresidente Vance sotto la bandiera americana e sotto quella iraniana il presidente del parlamento di Teheran Ghalibaf. L'agenzia iraniana Fars è stata più timida nell’assecondare l’entusiasmo trumpiano: il processo di valutazione della bozza è ancora in corso, le notizie su data e luogo del summit sono «del tutto false». Le parole che usa il media vicino ai Guardiani per smentire il repubblicano sono: malinteso, speculazione e soprattutto «illusione americana».

A smentire a sua volta Fars sul memorandum d'Intesa di Islamabad che «non è mai stato così vicino alla conclusione» ieri è stato il ministro degli Esteri Araghchi, che chiede silenzio ai media: non speculate sul contenuto del testo, che sarà reso pubblico «a tempo debito». Perché è proprio sul testo che Teheran e Washington hanno combattuto verbalmente a distanza ieri: quello fatto circolare dagli iraniani non convergeva con le indiscrezioni americane; non erano solo differenti, ma contraddittori.

Dalle indiscrezioni filtrate dall’amministrazione statunitense emerge un’intesa costruita attorno allo smantellamento del programma nucleare iraniano, la distruzione delle scorte di uranio arricchito e l’interruzione del sostegno finanziario alle milizie alleate di Teheran nella regione. Nessun allentamento delle sanzioni né sblocco dei fondi congelati è previsto prima del raggiungimento di questi traguardi, senza cui non ci sarà beneficio economico. Ma la bozza circolata nelle prime ore negli Usa non assomigliava a quella diffusa nelle successive dagli iraniani.

In sostanza da Teheran sostengono l’esatto contrario: non ci sarà alcuna firma senza sblocco dei 24 miliardi di dollari di fondi e non avverrà alcuna concessione sul controllo di Hormuz. L’agenzia iraniana Mehr ha riferito di una bozza di memorandum contente accordi sull’estensione della tregua di sessanta giorni (anche al fronte libanese), sulla fine del blocco statunitense in mare e anche sulla fine delle sanzioni petrolifere. Gli Usa sarebbero pronti a ridimensionare la loro presenza delle loro truppe nella regione. Fuori bozza però rimarrebbero i dossier delicati: il programma missilistico e quello nucleare, i cui negoziati verranno avviati però durante i due mesi di cessate il fuoco. La questione atomica richiederà un secondo accordo. «Meglio che si diano una mossa, e in fretta!»: anche nel giorno dell’annuncio della svolta Trump non smette di parlare come Trump. In poche ore il suo ottimismo sulla fine della guerra si è trasformato in nuove accuse e minacce. Per il repubblicano la versione iraniana è una «fake news», gli iraniani non hanno «buona fede», sono «disonorevoli». Bisogna cessare il fuoco o cessare il gioco.

Da Beirut intanto Hezbollah ribadisce «piena fiducia nella Repubblica islamica», confidando nella probabilità che gli alleati riescano a far inserire nell’accordo un cessate il fuoco anche per il loro fronte da mesi indebolito dalla lotta con l’Idf. Sul fronte opposto, un’analoga ma rabbiosa determinazione anima Israele, che contesta l’inclusione nell’accordo dello sblocco dei beni congelati e dossier Libano. Netanyahu appare certo di un solo punto: Teheran non potrà dotarsi dell’arma nucleare, su questo c’è una piena sintonia con Trump.

Danza di smentite

Comunque, nella danza delle smentite accidiose e incrociate, si leva una fonte finora credibile: che sia vero che ci sono «progressi» lo dicono ad Islamabad, dove i mediatori hanno sudato più di ogni altra delegazione per trascinare negli ultimi mesi i nemici irriducibili allo stesso tavolo. Lo zampino per la pace, negli ultimi colloqui che hanno coinvolto Araghchi, è stato anche del team qatariota: il mediatore Ali Al-Thawadi, nei suoi giorni a Teheran, rimaneva in contatto telefonico con gli inviati di Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner. Le lingue dei mediatori si sono rivelate più rapide dei messaggi whatsapp che si scambiano i nemici direttamente: secondo Bloomberg ci mettono fino a due giorni per arrivare a destinazione; una rete fitta di corrieri è incaricata di recapitarli fino al nascondiglio di Khamenei in località segreta.

Poco ha fatto invece l’Europa in questo conflitto. Quegli alleati europei «irrilevanti» che non sono serviti a niente perché gli Usa hanno vinto la guerra «da soli», ma forse però possono essere d’aiuto dopo: «in futuro». A dirlo è stato Trump, ma non ha specificato bene in cosa e quando può entrare in campo, anzi in mare, questa sconfittissima Ue.

© Riproduzione riservata