L’euforia dei gazawi all’annuncio dell’accordo trovato tra Hamas e Israele è durata poche ore. Nella notte l’aviazione israeliana ha compiuto una serie di raid aerei in tre punti diversi della Striscia che hanno ucciso almeno 80 persone. L’Idf ha detto di aver colpito oltre 50 obiettivi militari.

L’impressione è che non saranno gli ultimi, ci sono ancora quarantotto ore prima che la tregua entri in vigore domenica. La giornata di ieri non è stata caratterizzata solo dalla conta dei morti palestinesi, ma è stata anche la prima prova per la tenuta dell’accordo, dopo che è stato rinviato il gabinetto di guerra che serviva alla sua ratifica.

Israele ha accusato Hamas di non rispettare i patti e imporre i nomi dei prigionieri palestinesi da rilasciare nella prima fase, ma è chiaro che il rinvio era anche dovuto alla crisi interna scoppiata all’interno della coalizione di governo di Netanyahu. Le divergenze tra i rappresentanti del Likud e il fronte estremista rappresentato dai ministri Bezalel Smotrich e Itamar Ben Gvir hanno raggiunto l’apice ieri sera dopo che entrambi nei giorni scorsi avevano minacciato di far cadere il governo pur di non accettare quella che definiscono una «resa».

I media israeliani alle 20 hanno riportato la notizia che Ben Gvir era in procinto di dimettersi in serata se si fosse approvato l’accordo. La prima grande crisi, tutta interna al governo israeliano, è arrivata nel momento più delicato degli ultimi quindici mesi. Per salvare il governo, secondo quanto riporta Channel 12, Benjamin Netanyahu ha incontrato a fine giornata anche il ministro delle Finanze Smotrich nonché leader del partito della coalizione del sionismo religioso.

Le carte in tavola rischiano di cambiare e forse si procederà per vie parallele, se da una parte verrà ratificata la tregua a Gaza, dall’altra il gabinetto di guerra potrebbe dichiarare un nuovo obiettivo: l’eliminazione del terrorismo in Cisgiordania.

Ma questa al momento è solo un’ipotesi riportata dai media israeliani, ma rischierebbe di alzare ulteriormente l’escalation militare e di mandare all’aria i patti raggiunti con molta fatica negli ultimi giorni. Ad aumentare le tensioni è stato anche il sit-in di protesta organizzato dai movimenti destra. Anche ieri centinaia di dimostranti hanno manifestato a Gerusalemme, raggiungendo l’ingresso del parlamento e avvicinandosi all’ufficio di Netanyahu. Chiedono il proseguimento dei bombardamenti a Gaza.

«Ho ricevuto la conferma che tutti gli ostacoli sono stati superati», aveva detto il leader del partito religioso di destra Shas, Arie Deri. Conferme che erano arrivate anche da Washington dove un funzionario aveva garantito che le questioni rimanenti «sono state risolte e l’accordo è concluso».

Per oggi era prevista la ratifica, ma niente è più sicuro. «Ci aspettiamo che l’accordo Gaza parta domenica», auspicava, invece, il segretario di Stato americano Antony Blinken durante un briefing con la stampa, prima di essere stato interrotto da una manifestante che ha accusato l’amministrazione Biden di «genocidio a Gaza».

Secondo una valutazione iniziale dell’Organizzazione mondiale della sanità, nei prossimi cinque-sette anni saranno probabilmente necessari almeno 10 miliardi di dollari per ripristinare il sistema sanitario della Striscia di Gaza.

Accuse con Hamas

Nel frattempo, la delegazione israeliana ha accusato Hamas di imporre i nomi da liberare nel primo scambio di ostaggi che partirà questo fine settimana. «In contrasto con una clausola esplicita che dà a Israele il diritto di porre il veto sul rilascio di assassini di massa che sono simboli del terrore, Hamas sta chiedendo di dettare l’identità di questi terroristi», ha fatto sapere l’ufficio di Netanyahu. «Il primo ministro ha incaricato il team negoziale di rispettare gli accordi presi e di respingere categoricamente i tentativi di ricatto dell’ultimo minuto da parte di Hamas».

L’organizzazione palestinese ha risposto dicendo di essere impegnata a rispettare l’accordo di tregua. E che in uno dei raid aerei della notte è stata colpita un’area dove si trovava una delle israeliane prese in ostaggio. Il ministero della Difesa israeliano ha iniziato i preparativi per seguire il rilascio degli ostaggi mentre ci si appresta anche ad aprire il valico di Rafah.

Nella prima fase della tregua, che durerà 42 giorni, saranno rilasciati gradualmente 33 prigionieri israeliani in cambio di un migliaio di palestinesi.

La reazione dell’Iran

La leadership iraniana ha accolto con soddisfazione l’accordo, rivendicando la vittoria dei palestinesi su Israele. «La pazienza del popolo di Gaza e la fermezza della resistenza palestinese hanno costretto il regime sionista a ritirarsi», ha detto l’ayatollah Alì Khamenei. La guida suprema ha aggiunto che Israele è stato «sconfitto» dopo aver commesso «i crimini più atroci, uccidendo migliaia di donne e bambini». Dello stesso parere è il capo delle guardie armate rivoluzionarie.

Il leader dei ribelli Houthi filoiraniani dello Yemen, Abdel-Malek al-Houthi, ha detto che il gruppo continuerà «a seguire le fasi di attuazione dell’accordo. Ed in caso di marcia indietro, massacri o assedio israeliani, saremo immediatamente pronti a fornire supporto militare al popolo palestinese».

Si prevede, quindi, una tregua anche nelle acque del Mar Rosso dove nell’ultimo anno gli Houthi avevano colpito le navi mercantili dirette nei porti israeliani.

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