Secondo il New York Times, funzionari statunitensi temevano che Israele stesse pianificando di uccidere i principali negoziatori iraniani e hanno avvertito Teheran di possibili attacchi. La notizia non sorprende, non è la prima volta che Tel Aviv uccide o tenta di colpire figure politiche che in questi anni hanno gestito negoziati sui dossier più caldi in Medio Oriente.

Il caso più eclatante è stato il bombardamento a Doha (10 settembre 2025) del palazzo dove erano riuniti i vertici di Hamas durante le mediazioni per Gaza e dal quale per miracolo ne è uscito illeso il capo negoziatore Khalil al-Hayya. In quell’occasione – già dopo l’uccisione avvenuta a Teheran dell’ex capo politico e diplomatico di Hamas Ismail Haniyeh – il primo ministro e ministro degli Esteri del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman Al Thani aveva duramente attaccato Israele: «Gli assassinii politici e il continuo prendere di mira i civili a Gaza mentre i colloqui proseguono ci portano a chiederci: come può avere successo una mediazione quando una parte assassina il negoziatore dell'altra parte?».

Ma la lezione non è stata imparata e durante l’operazione Epic Fury è stato ucciso Ali Larijani, il massimo responsabile della sicurezza nazionale iraniana, che Washington considerava un interlocutore possibile. Questa volta nel mirino del Mossad c’erano il ministro degli Esteri Abbas Araghchi e il presidente del parlamento Mohammed Ghalibaf.

I due leader sono considerati i più affidabili con cui parlare per arrivare alla pace e nonostante questo sono finiti nella lista degli obiettivi di Israele. Così lo scorso aprile i servizi di intelligence statunitensi avrebbero chiesto ai loro alleati nella regione di inviare un messaggio a Teheran: rafforzare le misure di sicurezza intorno ai due per evitare che facciano la fine dei loro predecessori. La loro morte non avrebbe solo messo fine ai colloqui ma avrebbe anche messo in difficoltà i paesi mediatori che temono attacchi sul proprio territorio e soprattutto non possono garantire con certezza che le delegazioni sopravvivano alle fase successive dei negoziati.

Il tentativo di assassinio

Secondo quanto riporta il Nyt, un tentativo di assassinio sarebbe avvenuto durante gli incontri a Islamabad dello scorso aprile quando Ghalibaf, di ritorno dal Pakistan è stato costretto a un atterraggio di emergenza nella città di Mashhad dopo la segnalazione dell’ingresso di caccia israeliani nello spazio aereo iraniano. Da lì, il viaggio è proseguito via terra per oltre otto ore fino a Teheran. Dopo aver aumentato le misure di sicurezza e ottenuto maggiori rassicurazioni da parte degli Stati Uniti, Ghalibaf e Aaraghchi sono stati insieme a Doha per trattare con i qatarioti e in Svizzera per la firma dell’accordo.

Viaggi ritenuti più sicuri visto che un secondo attacco nello spazio sovrano dell’emiro avrebbe potuto innescare un’escalation militare ancora più ampia, mentre un attacco in Svizzera avrebbe invece compromesso direttamente il rapporto con Washington e con i mediatori europei

La preoccupazione della Casa Bianca restituisce due chiavi di lettura: la prima conferma come la leadership militare e politica israeliana non abbia interesse a porre fine ai conflitti in Medio Oriente; la seconda evidenzia un rapporto di fiducia fragile tra Tel Aviv e Washington. Rapporto più complicato di quanto la Casa Bianca voglia far credere.

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