Checkpoint, sfollamenti forzate, strade bloccate da militari e coloni stanno mettendo a dura prova il periodo della raccolta del dattero. «Ogni ritardo può compromettere qualità, prezzo e possibilità di esportazione soprattutto in vista dell’alta domanda nel periodo pre-natalizio», racconta Mohammed Hmidat. La campagna di Altromercato a supporto degli agricoltori palestinesi
Nella Valle del Giordano, come ogni anno, è partita la corsa contro il tempo per salvare il raccolto dei datteri Medjool. Checkpoint militari, strade chiuse, blocchi stradali e violenze dei coloni sono solo alcune delle difficoltà giornaliere con le quali si devono confrontare gli agricoltori palestinesi. A questo si sommano la carenza dell’acqua e macchinari vecchi o obsoleti, difficili da aggiornare per via anche di ostacoli burocratici imposti dalle autorità israeliane.
Come ogni prodotto che viene coltivato in Palestina, durante il periodo della raccolta, aumentano gli ostacoli, con grandi ripercussioni economiche in un settore già in difficoltà per diversi motivi. E così come avviene per le olive, anche qui il tempo gioca un ruolo fondamentale.
«Ogni ritardo può compromettere qualità, prezzo e possibilità di esportazione soprattutto in vista dell’alta domanda nel periodo pre-natalizio», spiega Mohammed Hmidat di Al Reef, ovvero il braccio commerciale della Parc (Palestinian agricultural relief committees). La Parc è nata nel 1983 e lavora al fianco degli agricoltori aiutandoli nella coltivazione e nella produzione. Al Reef si occupa soprattutto di esportare i loro prodotti, tra cui anche il dattero Medjool.
Caratteristiche e tempistiche
La guerra a Gaza e l’aumento delle violenze in Cisgiordania hanno aggravato l’intera filiera. «La violenza non resta fuori dai campi: entra nei tempi della raccolta, nelle strade, nei costi, nella logistica, nella possibilità di vendere», racconta Hmidat.
Nel 2026 l’Ufficio delle Nazioni unite per il coordinamento degli affari umanitari ha indicato la Valle del Giordano tra le aree maggiormente interessate dall’aumento delle violenze dei coloni e dalle restrizioni all’accesso alla terra e alle risorse, documentando anche attacchi a infrastrutture agricole e idriche. Al 13 luglio 2026 gli attacchi di coloni israeliani che hanno provocato vittime e/o danni materiali sono stati in media 23 al mese, contro circa i 2 al mese nel 2020. E dal 7 ottobre 2023, sono almeno 2000 le persone che sono state costrette allo sfollamento forzato, sempre secondo le rilevazioni dell’Onu.
Per difendere gli agricoltori, così come accade nel periodo della raccolta degli ulivi, da anni ong attive sul territorio offrono aiuto e supporto ai palestinesi per tutelarli con la loro presenza fisica, dagli attacchi. Ma non sempre basta.
Il dattero Medjool è considerato un prodotto di alta qualità e per questo motivo ha anche un grande valore commerciale a ridosso delle festività, come accade per esempio nel mese sacro del Ramadan. Il dattero, infatti, è un alimento centrale nella dieta durante il digiuno.
Tuttavia per raggiungere questo risultato, deve essere raccolto quando raggiunge il giusto grado di maturazione e, una volta staccato dalla palma, deve arrivare rapidamente ai centri di lavorazione per la conservazione. Pochi giorni, o anche poche ore, possono incidere sulla qualità. E se il prodotto perde qualità, perde anche valore commerciale con ripercussioni nell’export, attualmente vitale per gli agricoltori palestinesi.
Costruire alternative
Per questo motivo in Italia Altromercato e la sua fondazione hanno lanciato una campagna “Datteri dalla Palestina: Energia per resistere” per sostenere la Moon Valley Date Factory di Gerico, centro di lavorazione gestito da Al Reef in collaborazione con Parc.
L’intervento punta in particolare alla realizzazione dell’area per il trattamento termico e la refrigerazione post-raccolta e all’utilizzo di un impianto fotovoltaico. L’obiettivo della campagna – attiva dal 14 al 19 settembre – è rafforzare il sistema di trattamento e conservazione dopo la raccolta per tutelare il prodotto.
«Per noi il commercio equo è anche questo: non limitarsi ad acquistare un prodotto quando arriva sugli scaffali, ma stare dentro le filiere quando sono sotto pressione, proteggere il valore del lavoro agricolo e tenere aperto un canale economico giusto tra produttori palestinesi e cittadini italiani», racconta Beatrice De Blasi, di Fondazione Altromercato.
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