Ha destato scalpore sui media e nell’opinione pubblica europea e italiana la linea assunta dal governo del brasiliano Lula, tornato per la terza volta al potere a inizio anno, in merito alla guerra in atto tra Russia e Ucraina.

Il Brasile ha, infatti, condannato la violazione dell’integrità territoriale ucraina ma, al tempo stesso, accusato Stati Uniti ed Unione europea di gettare benzina sul fuoco fornendo armi a Kiev. Prefiggendosi di essere equidistante tra i due contendenti, Brasilia, tramite il suo presidente, si è proposta – insieme a Cina, India e Indonesia – come mediatore di pace per porre fine al conflitto.

La posizione sostanzialmente mediana assunta da Lula di fronte all’aggressione russa ha spinto gli analisti internazionali a prefigurare la volontà brasiliana di smarcarsi dagli Stati Uniti e di assumere un ruolo da protagonista nell’asse mondiale che non si riconosce, anzi che si considera alternativo a quello guidato da Washington.

Non a caso, l’“eccessivo” dinamismo brasiliano ha causato non poco fastidio all’interno dell’amministrazione Biden e delle cancellerie europee.

Ma davvero la condotta dell’esecutivo Lula deve essere considerata in discontinuità con il passato? Realmente il più rappresentativo dei leader della sinistra latinoamericana, tradizionalmente il più stimato in Europa, sta voltando le spalle ai suoi tradizionali alleati, in primis gli Stati Uniti?

Continuità con il passato

Per rispondere a questi interrogativi, occorre inserire i primi mesi di politica internazionale della presidenza Lula in una prospettiva quantomeno di medio periodo, al fine di aiutare il lettore a comprendere se lo stupore poggi su un mutamento di rotta improvviso quanto incomprensibile. O se, al contrario, l’attuale condotta del Brasile non rientri in una precisa e consolidata scelta di campo, comprensibilmente poco nota al grande pubblico in Italia e in Europa.

L’attuale esecutivo brasiliano si sta muovendo in linea con il passato recente, cioè nel solco di una proiezione internazionale tratteggiata nel corso degli anni Novanta del secolo scorso, ma che è stata delineata a partire dal primo mandato di Lula iniziato nel 2003 e, poi, proseguita durante il suo secondo incarico e successivamente in quello di Dilma Rousseff.

Quindi, ormai da un ventennio, nonostante la parentesi della presidenza di Jair Bolsonaro che ha determinato un ritorno al passato, con l’allineamento del paese agli Stati Uniti e l’abbandono della diplomazia Sud-Sud.

Nello stesso periodo, inoltre, ma con maggiore enfasi nell’ultimo ventennio circa, la politica estera brasiliana ha cercato di conciliare l’interesse per l’ambito regionale con l’obiettivo di una proiezione globale.

Il ruolo delle organizzazioni regionali

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Quindi, rafforzamento del suo ruolo di potenza subcontinentale e, contestualmente, ricerca di intese con attori non occidentali che possano consentire al paese di svolgere un ruolo di primo piano sulla scena mondiale.

Se, in merito al primo punto, centrale è risultata la volontà di contribuire alla nascita e poi al rafforzamento di organizzazioni regionali, come il Mercosur, l’Unasur e la Celac; in relazione al secondo, ciò ha significato investire tempo e risorse sulla diplomazia Sud-Sud e sui rapporti con nazioni che si oppongono, per varie ragioni e interessi nazionali, al sistema internazionale incentrato sulla primazia degli Stati Uniti e dell’Unione Europea.

Il buon andamento economico della regione latinoamericana all’inizio degli anni Duemila che, fra le varie cose, ha condotto il Brasile ad affermarsi come sesta economia del pianeta nel 2011, ha consentito a Lula, durante i suoi primi due mandati, di portare avanti, oltre ad importanti riforme sociali sul piano interno, ancheun’ambiziosa politica estera, a livello regionale e non solo.

In quegli anni, infatti, il Brasile ha guidato il cosiddetto ‘gruppo dei 20’, forum sorto per favorire la concertazione economica sulla base delle esigenze delle economie meno sviluppate, insieme a Cina, India, Sudafrica; ha cercato di portare avanti formule non istituzionalizzate di partenariato, come nel caso dei Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) che si pone l’obiettivo di ridefinire la governance mondiale; è stato molto attivo in Africa, dove ha promosso sia relazioni bilaterali con diversi paesi sia tentativi di accordi multilaterali come il trattato di libero commercio India-Mercosur-Sacu (South african customs union); e in medioriente, dove ha sostenuto l’iniziativa dei vertici Aspa (America del Sud-Paesi Arabi).

Centrale è stata, infine, la relazione privilegiata con la Cina. Sia in ambito commerciale che in merito agli investimenti e agli aiuti concessi da Pechino, tra gli Stati Latinoamericani un posto di primo piano spetta proprio al Brasile.

In realtà, il colosso latinoamericano è in buona compagnia dal momento che il gigante asiatico, che importa essenzialmente materie prime, è il principale socio commerciale e investitore pure di Argentina, Cile, Messico, Perù e Venezuela e con forti interessi e presenza in quasi tutte le altre nazioni del subcontinente.

A livello regionale, ciò è il risultato di una inarrestabile penetrazione economica cominciata all’inizio degli anni Duemila e che attualmente, grazie anche all’aiuto fornito durante la crisi pandemica, trova una corrispondenza sul piano politico, come dimostra emblematicamente il sostegno al Venezuela di Nicolás Maduro.

Del resto, proprio in relazione al supporto a Caracas, la Cina gioca di concerto con la Russia, il cui peso è significativamente cresciuto più o meno nello stesso periodo soprattutto sul versante della cooperazione militare e che non esita a prendere sempre più spesso posizione su temi politici.

Non a caso, in special modo all’inizio del conflitto con l’Ucraina, Mosca ha potuto fare affidamento su una buona dose di riluttanza di quasi tutti gli attori regionali a schierarsi al fianco dei paesi che sostengono Kiev.

Sembra quasi superfluo segnalare che dal principio dell’attuale millennio, in America Latina, il primo partner della Russia sia il Brasile, in ambito economico-commerciale e politico-strategico. Anche in questo caso, l’attuale approccio della presidenza Lula è il prodotto di un processo più ampio, le cui origini vanno ricercate in una prospettiva di più lungo periodo.

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