Un missile partito dall’Iran ha attraversato i cieli di Siria e Iraq prima di violare lo spazio aereo turco: è stato intercettato ieri da un cacciatorpediniere americano schierato in difesa Nato nel Mediterraneo orientale. È una lunga scia di fuoco che squarcia il cielo e sfiora l’articolo V dell’Alleanza: quello che tutela gli alleati in caso di attacco. Ma a quanto pare non era diretto contro Ankara: «Riteniamo che mirasse a una base nella Cipro greca, ma che abbia deviato dalla rotta», hanno fatto sapere i turchi che si riservano «il diritto di rispondere a qualsiasi azione ostile» e hanno convocato ieri al ministero degli Esteri l’ambasciatore iraniano.

Nei cieli, nelle acque dello Stretto di Hormuz fino alle profondità dell’Oceano Indiano: nessuno sa fin dove si allargheranno i confini di questa nuova guerra mediorientale, mentre per il quinto giorno di fila, il Golfo continua a bruciare. E mentre tutte le province dell’Iraq sono al buio: il black out provocato dalle bombe è totale. L’ambasciata Usa a Baghdad chiede a tutti i suoi cittadini di lasciare il paese.

Pochi superstiti

Teheran «senza leader, senza aerei, senza navi» affonda tra le onde dell’Oceano Indiano. Una nave da guerra iraniana, 180 i marinai a bordo, è finita negli abissi quando colpita al largo dello Sri Lanka da un sottomarino Usa. Tra relitti e acqua rossa decine i corpi recuperati finora, pochi i superstiti. Per il segretario alla Difesa Usa Hegseth il vascello è stato raggiunto da una «morte silenziosa»: un siluro lanciato da un sommergibile statunitense contro «la nave da guerra iraniana che pensava di essere al sicuro in acque internazionali».

L’America non affondava un vascello nemico dalla Seconda guerra mondiale: come allora, ha assicurato Hegseth, «stiamo combattendo per vincere», non ci sarà tregua, gli Usa porteranno «morte e distruzione». Il segretario della Difesa ha parlato con potenza quasi cinematografica, proclamando già vittoria davanti al fronte persiano andato in fiamme: il vertice iraniano è decapitato, l’aviazione distrutta, «la Marina iraniana giace sul fondo del Golfo persico. Fuori combattimento, inefficace, decimata, sconfitta. Scegliete un aggettivo. Ieri sera abbiamo affondato la loro nave da guerra, la Soleimani. È come se il presidente l’abbia preso due volte».

Le sirene, le bombe, i boati continuano nella capitale iraniana, dice l’agenzia Tasnim, che ieri ha segnalato la concentrazione degli attacchi nella parte nord-orientale di Teheran. Decine di obiettivi sciiti sono stati colpiti da Israele; l’Idf riferisce di aver preso di mira «il quartier generale dei Basij, la forza paramilitare legata ai Pasdaran, oltre a piattaforme di lancio missilistiche e sistemi di difesa». Tel Aviv procede con le evacuazioni forzate dei residenti in Libano sud e colpisce, nelle ore di buio, di nuovo Beirut: per i raid dieci i morti che vengono tirati fuori da macerie che assomigliano a quelle mostrate dalla tv iraniana a Teheran. Rovine per attacchi anche a Qom, Behbahan, Kermanshah, Khorramabad, Shiraz e Tabriz.

Ci sono però anche morti a stelle e strisce. Il Pentagono ha diffuso ieri i nomi di quattro dei sei militari caduti per l’attacco di un drone in Kuwait. Troppo pochi: questa non è la versione del segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, Ali Larijani, secondo cui sono morti 500 soldati Usa a causa di Trump che ha «trascinato il popolo americano in una guerra ingiusta» per mettere «Israel first», Netanyahu first.

Sono invece 50mila le unità Usa schierate in Medio Oriente. Lo riferisce l’ammiraglio Brad Cooper, che rivendica la strategia di attacchi “shock-and-awe”, colpisci e terrorizza: «Abbiamo gravemente compromesso le difese aeree dell’Iran e distrutto centinaia di missili balistici, lanciatori e droni iraniani», la forza iraniana è decimata: distrutte 20 navi. Anche se l’Iran continua a difendersi – nella notte ha lanciato 40 missili contro obiettivi statunitensi e israeliani nella 17esima ondata dell’operazione Vera Promessa – gli americani di razzi, e danni e morti, ne contano meno che nei primi giorni: «I balistici iraniani sono diminuiti dell’86 per cento rispetto al primo giorno di combattimenti», ha detto il capo di stato maggiore congiunto Dan Caine.

Ma i lanci continuano e raggiungono Israele e il Golfo: il premier qatariota Al Thani ha parlato con il ministro degli Esteri iraniano Araghchi per gli attacchi che «hanno colpito aree civili e residenziali, infrastrutture vitali e zone industriali». In Kuwait la rianimazione in ambulanza dei medici non è bastata a salvare una bambina di 11 anni morta per le schegge cadute.

L’uso della forza anche negli Usa: l’Iran è solo una prova generale

Funerale rinviato

Non si sono tenuti ieri notte i funerali della guida suprema che ha lasciato orfana della sua autorità più potente una nazione dove ieri il bilancio delle vittime civili è salito a mille. Sono stati rinviati i tre giorni di cerimonia funebre per l’ayatollah: nessuna piazza gremita, nessun corteo, eppure il lutto continua e probabilmente non sarà nemmeno l’ultimo. Ieri il ministro della Difesa israeliano Katz ha avvertito che chiunque sarà designato come successore sarà «inequivocabilmente un bersaglio da eliminare»: «Non importa come si chiama o dove si nasconde. Continueremo ad agire con tutta la forza». Finora Tel Aviv ha sganciato 5mila munizioni e i suoi depositi sono ancora gravidi di ordigni pronti all’uso: caleranno dall’alto anche oggi e non si sa fino a quando il cielo continuerà a riversare fuoco.

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