I Pasdaran rigettano l’idea del tycoon di un faccia a faccia con la Guida suprema. Cnn: «Unità speciali israeliane in Azerbaigian per colpire l’Iran»
Dobbiamo essere seri, dobbiamo essere «realistici». Lo ha detto venerdì 5 giugno il ministro Esteri iraniano, Abbas Araghchi, archiviando la possibilità di un incontro prossimo e imminente fra la guida suprema, Mojtaba Khamenei, e il presidente statunitense Donald Trump.
A ventilare l’ipotesi era stato lo stesso tycoon, i cui annunci mirabolanti e ripetitivi si sono rivelati di nuovo quel che sono: annunci destinati a restare tali. Emerge dalla logica dei fatti che si dipanano sul terreno che la guerra del Golfo continua, cambia forma ma non si spegne mai, procede per focolai. Esterni ed interni. Ormai, l’Iran, sulle pagine di certi quotidiani americani lo chiamano «il Vietnam di Trump». Consuma risorse, credibilità, attenzione e miliardi di dollari americani mentre le urne di midterm si avvicinano.
Solita liturgia
Mentre ogni giorno la guerra scorre nella sua ormai consueta liturgia di botta e risposta, attacchi e rappresaglie, gli unici, pochi segnali incoraggianti arrivano dall’Aiea e da Al Arabiya. Secondo l’emittente araba, Teheran ha manifestato disponibilità ai mediatori pakistani a trasferire parte delle proprie scorte di uranio a un paese terzo, ma è un’apertura subordinata a una contropartita precisa: lo sblocco dei beni iraniani congelati (concessione su cui Washington continua a mostrarsi riluttante).
Venerdì, al termine di un incontro avvenuto a Ginevra con gli ambasciatori di Iran, Cina e Russia, il direttore generale dell’Agenzia internazionale energia atomica, Rafael Grossi, ha detto che l’accordo sul programma nucleare sciita non è una chimera: «Abbiamo l’impressione che siano molto vicini a un accordo, più precisamente per quanto riguarda il nucleare, poiché le altre questioni non rientrano nelle mie competenze». Secondo Grossi esiste un’architettura negoziale condivisa, una sorta di «quadro», «una struttura organizzativa» per l’intesa finale; in altre parole, c’è la possibilità «concreta» di trovare una soluzione.
Ma intanto si sabotano i fragili canali negoziali, quanto quelli della navigazione nello snodo strategico, contemporaneamente. Venerdì è andato in fiamme il porto di Al Fahal, dove un’esplosione provocata da un attacco con droni sulle banchine dello scalo omanita ha interrotto le operazioni di carico di greggio, colpendo un’infrastruttura cruciale per il traffico energetico.
Anche in mare, tra iraniani e americani, le reciproche intimidazioni continuano, colpo su colpo di avvertimento: la Marina iraniana ha dichiarato di aver mirato a due cacciatorpediniere statunitensi nel Golfo dell’Oman; i vascelli, secondo i pasdaran, «hanno lasciato il Golfo e si sono dirette verso l’Oceano Indiano».
Ma è una ricostruzione che Washington respinge: quei colpi nega di averli ricevuti. «Agire in tal modo costituirebbe una grave violazione del cessate il fuoco. Le forze statunitensi continuano a operare liberamente nelle acque regionali, applicando pienamente il blocco in corso contro l’Iran», ha detto il comando Usa. Non solo con gli americani: i Pasdaran si sono scagliati anche contro Joseph Aoun e Nawaf Salam, presidente e primo ministro libanesi, che li hanno accusati di usare Beirut come merce di scambio, pedina negoziale nelle trattative.
Mentre gli americani si chiedono ormai, con in Libano in fiamme, quante partite rischino di perdere in Medio Oriente, Tel Aviv dispiega pezzi sulla scacchiera per proseguire il conflitto. Per attaccare più facilmente la Repubblica Islamica, Israele avrebbe schierato in segreto i suoi corpi d’élite e commando di intelligence lungo il perimetro settentrionale iraniano, in Azerbaigian – ma la rete israeliana non si ferma lì: altri uomini e avamposti sono in Iraq, Somaliland fino agli Emirati Arabi Uniti – per costruire una cintura operativa con capacità di sorveglianza e intervento. Baku ha smentito: le notizie – rimbalzate da un’esclusiva della Cnn al resto del mondo – sono «completamente infondate».
Effetti a catena
A lanciare l’allarme sulla progressiva disintegrazione dei negoziati che inficiano la fine della guerra, l’ultimo rapporto del Pam (Programma alimentare mondiale), che analizza le conseguenze dell’aumento dei prezzi del greggio per la crisi mediorientale in corso. Secondo l’agenzia Onu, è stata già aggravata la vulnerabilità alimentare di 45 milioni di persone, ma è uno scenario che rischia di deteriorarsi ulteriormente nei prossimi mesi se la crisi dovesse estendersi con effetti a catena sui mercati globali.
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