Il ministro israeliano per la Sicurezza nazionale, Itamar Ben Gvir, ha invocato «assassinii mirati» nella Striscia di Gaza, sostenendo che bisognerebbe uccidere «30-40 persone ogni notte». «Ci sono persone che non meritano di vivere, non dovrebbero vivere, non sono neanche persone», ha affermato durante il podcast October, condotto dall’ex ostaggio di Hamas Rom Braslavski, secondo quanto riportato dal Times of Israel.

Ben Gvir ha ribadito anche la propria contrarietà alla riduzione delle operazioni israeliane nella Striscia, in un momento segnato dalle pressioni internazionali per portare avanti il piano di pace di Donald Trump. «Non è un segreto, non sono d’accordo con il primo ministro», ha detto.

Il ministro, esponente dell’estrema destra israeliana, ha inoltre rilanciato la proposta di un’emigrazione di massa dei palestinesi da Gaza, che secondo avvocati internazionali citati dal quotidiano israeliano potrebbe configurarsi come un’operazione di pulizia etnica. «Considero tutta Gaza come nostra», ha affermato Ben Gvir, chiedendo insediamenti «in tutta Gaza» e di incoraggiare «la maggiore emigrazione possibile». Per quelli che definisce terroristi, ha aggiunto, «nessuna emigrazione, solo ucciderli uno per uno».

Colloqui per Gaza in Egitto

Jared Kushner, genero e consigliere del presidente americano Donald Trump, ha incontrato nuovamente in Egitto la leadership di Hamas. Un contatto diretto tra l’amministrazione Trump e il gruppo palestinese, considerato dagli Stati Uniti un’organizzazione terroristica, non veniva reso noto dai giorni precedenti all’accordo per il cessate il fuoco a Gaza dell’ottobre 2025.

Al vertice di El Alamein hanno partecipato anche il direttore esecutivo del Board of Peace Nickolay Mladenov, l’ex premier britannico Tony Blair, consigliere dell’organismo creato da Trump, il capo dell’intelligence egiziana e rappresentanti degli altri paesi mediatori, Qatar e Turchia. La delegazione palestinese era guidata dal nuovo leader di Hamas Khalil al-Hayya, alla sua prima visita in Egitto in questa veste, e comprendeva anche Khaled Mashal, suo rivale nella corsa alla leadership il mese scorso.

Secondo due fonti a conoscenza dei colloqui citate da Axios, Kushner, che in precedenza aveva incontrato al Cairo il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, ha chiesto ad Hamas di rispettare gli impegni assunti: trasferire tutti i poteri al governo tecnocratico palestinese, ancora al Cairo, e smantellare armi e infrastrutture militari.

Dopo il vertice, Kushner, Blair e Mladenov sono partiti per Israele, dove lunedì incontreranno il premier Benjamin Netanyahu, proprio nel giorno delle primarie del Likud in vista delle elezioni del 27 ottobre. Secondo fonti del Board of Peace citate dall’Ansa, l’obiettivo è ottenere da Israele «passi paralleli»: ritiri graduali dell’Idf dalla Striscia contemporaneamente al disarmo di Hamas. Una posizione diversa da quella israeliana, che chiede di completare prima l’intero processo di disarmo e smilitarizzazione.

I tre intendono inoltre chiedere un ulteriore contenimento delle operazioni israeliane, dopo la riduzione dei raid seguita alla pubblicazione, due settimane fa, della roadmap in 15 punti. Sullo sfondo c’è anche l’irritazione della Casa Bianca per le violenze dei coloni estremisti in Cisgiordania, culminate nell’attacco a Qusra, dove sono stati presi di mira anche palestinesi con cittadinanza statunitense.

Secondo fonti diplomatiche citate da Channel 11, Mladenov avrebbe riferito ai mediatori che l’opposizione israeliana alla roadmap è legata alla campagna elettorale e che Trump spingerà per la seconda fase del piano per Gaza «quando le condizioni lo permetteranno». Questo lascerebbe intravedere l’assenza di passi significativi prima dell’esito delle elezioni israeliane. Trump, finora, non ha espresso un endorsement per Netanyahu.

Intanto otto paesi musulmani coinvolti nel Board of Peace – Egitto, Giordania, Qatar, Indonesia, Arabia Saudita, Turchia, Pakistan ed Emirati Arabi Uniti – hanno diffuso una dichiarazione congiunta nella quale affermano che «Israele è responsabile di ostacolare gli sforzi di pace».

Violenze in Cisgiordania

Dieci palestinesi sono rimasti feriti a Hebron, in Cisgiordania, durante scontri avvenuti nelle prime ore del mattino. La Mezzaluna Rossa Palestinese ha riferito che le proprie squadre sono intervenute per prestare soccorso ai feriti in seguito ad attacchi attribuiti ai coloni israeliani.

Secondo fonti palestinesi, i coloni avrebbero attaccato i residenti del quartiere di al-Ja'abari con il coinvolgimento delle Forze di difesa israeliane (Idf). Nella zona sarebbero stati uditi anche colpi d'arma da fuoco.

Una fonte dell'esercito israeliano ha fornito una versione diversa, parlando di lanci di pietre reciproci nell'insediamento ebraico di Hebron. Secondo l'Idf, un civile avrebbe sparato in aria e, dopo l'arrivo dei militari, alcuni palestinesi avrebbero tentato di impossessarsi dell'arma di un soldato.

A Qusra arrivano cibo e acqua dell'Onu

Tensioni anche a Qusra, a sud di Nablus. Rappresentanti delle Nazioni Unite hanno raggiunto i residenti del villaggio che, secondo quanto riferito dai proprietari delle abitazioni al Times of Israel, sarebbero bloccati dai coloni da una settimana. Il personale dell'Onu ha portato cibo e acqua.

Sempre secondo i residenti citati dal quotidiano israeliano, le Nazioni Unite avevano fatto arrivare anche un'autocisterna, ma le forze di sicurezza non le avrebbero consentito di rimanere nell'area, che continua a essere classificata come zona militare chiusa..

Oltre 150 coloni nel complesso di Al-Aqsa

A Gerusalemme Est, intanto, oltre 150 coloni israeliani sono entrati nel complesso della moschea di Al-Aqsa, sotto la protezione della polizia israeliana, e hanno celebrato preghiere ebraiche. A riferirlo è Al Jazeera.

In base allo status quo in vigore dal 1967, i non musulmani possono visitare il sito ma non pregarvi. Il complesso di Al-Aqsa si trova a Gerusalemme Est, conquistata da Israele durante la Guerra dei Sei Giorni del 1967 e successivamente annessa con una decisione non riconosciuta dalla comunità internazionale. Il luogo ha un'importanza centrale per entrambe le religioni: per i musulmani è il terzo sito più sacro dell'Islam e ospita la Cupola della Roccia e la moschea di Al-Aqsa; per gli ebrei è il Monte del Tempio, il luogo più sacro dell'ebraismo, dove sorgeva l'antico Tempio di Gerusalemme.

L’appello del Papa all’Angelus

«Rinnovo il mio appello affinché cessino le ripetute violenze contro la popolazione civile palestinese in Cisgiordania e chiedo con urgenza alla comunità internazionale di fare in modo che progredisca la soluzione a due Stati per una pace giusta e duratura». È l'appello lanciato all'Angelus da Papa Leone XIV, accolto con un lungo applauso dai fedeli a Castel Gandolfo. 

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