Per il terzo anno di fila compiere l’Hajj, ossia il pellegrinaggio, è un miraggio. Un divieto che provoca un senso di fallimento rispetto al proprio impegno religioso
Sono passate due stagioni di pellegrinaggio (Hajj, ndr) e la terza si avvia alla conclusione, eppure ai gazawi continua a essere negato questo diritto. Mentre televisioni e social media traboccano di immagini di pellegrini riuniti alla Mecca, i musulmani di Gaza osservano da tende, case semidistrutte e macerie.
Ancora una volta sono privati dell’opportunità di adempiere a uno dei cinque pilastri dell’islam, mentre Israele controlla i movimenti al valico di Rafah. Anno dopo anno sono costretti a guardare da lontano. Una distanza che non si misura in chilometri, ma in frontiere chiuse e in un’occupazione che si frappone tra loro e un viaggio sacro che potrebbe avvenire una sola volta nella vita.
Questa negazione deriva dal fatto che il valico di Rafah è l’unica porta di accesso al mondo esterno per chi vive a Gaza. E anche quando viene riaperto parzialmente, Israele continua a imporre restrizioni ai movimenti.
Anche in passato, compiere l’Hajj, era difficile soprattutto a causa dei costi elevati. Partire dalla Striscia spesso supera i 4-6mila dollari a persona. Una cifra altissima dovuta alla complessità del viaggio: registrazione, alloggio, visti e spostamenti necessitano di risorse economiche e lunghe pratiche burocratiche. I pellegrini viaggiano in autobus fino all’Egitto e poi in aereo verso l’Arabia Saudita, e questo rende i prezzi più alti rispetto a quelli sostenuti da altri pellegrini nel mondo. Fin da prima della guerra viaggiare è sempre stato complicato.
Il significato spirituale
Per molti a Gaza, questi momenti sono al tempo stesso commoventi e dolorosi, promemoria di ciò che non hanno potuto fare in questi tre anni. I musulmani di Gaza sono esausti fisicamente e mentalmente, hanno perso quasi tutti i loro diritti a causa della guerra genocida. Questo divieto provoca in loro un senso di impotenza e di fallimento rispetto al proprio impegno religioso.
Per loro, compiere l’Hajj non è un viaggio turistico, ma un’esperienza spirituale per l’anima. Visitare la Mecca è sempre stato considerato un percorso di rinnovamento, devozione e guarigione dal dolore. È proprio questo ciò che i musulmani di Gaza hanno perso oggi, e ciò di cui hanno più bisogno.
Con il passare del tempo, molte persone anziane che hanno sognato a lungo di visitare la Mecca oggi non sono più fisicamente in grado di farlo. Altre persone convivono con condizioni di salute che rendono pericoloso il pellegrinaggio. A questo si somma anche la mancanza di reddito.
Questa crisi può apparire meno urgente del collasso dell’economia, del sistema sanitario distrutto o del blocco delle forniture alimentari. Eppure è una questione di diritto fondamentale: tutti i musulmani hanno il diritto di viaggiare e di recarsi con devozione alla casa di Dio alla Mecca.
Per il terzo anno consecutivo i gazawi sono stati anche privati di uno dei rituali religiosi più importanti dell’Eid al-Adha (che si celebra oggi): il sacrificio degli animali. Questa tradizione, legata allo spirito dell’Hajj, è diventata sempre più difficile da praticare nelle attuali condizioni, a causa delle gravi carenze e delle restrizioni sui beni che entrano nella Striscia. Riad ha annunciato che quest’anno accoglierà più di due milioni di pellegrini. Nessuno di loro viene da Gaza. A casa mia, persino la possibilità di praticare liberamente la fede sembra ormai fuori portata.
Sara Awad è una giornalista e scrittrice palestinese che studia in Italia dopo essere stata evacuata dalla Striscia a fine 2025
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