Dopo il conflitto con Hamas e il 7 ottobre, Tel Aviv non vuole più agire per reazione. E Bibi è in cerca di una vittoria in vista delle prossime elezioni
Israele torna ad attaccare l’Iran, questa volta con il coinvolgimento diretto degli Usa. La nuova escalation era attesa ma l’attacco si configura comunque come una sorpresa. L’offensiva di Israele avviene mentre le cancellerie internazionali tenevano il fiato sospeso in vista di un possibile attacco americano. Ma dopo il 7 ottobre la politica di difesa israeliana è diventata iperoffensiva e risponde a una sola logica: prevenire piuttosto che curare.
L’inevitabile coinvolgimento di Israele in seguito a un possibile attacco Usa – comunque auspicato dai falchi di Tel Aviv – ha fatto sì che il governo Netanyahu preferisse un’azione diretta. L’attacco di Israele sfrutta anche un altro relativo elemento di sorpresa: il fatto che avvenga di sabato, il giorno di riposo ebraico.
Giorno del giudizio
Secondo il quarantatreenne Amit Segal, il più influente giornalista della destra israeliano, al quartier generale della difesa di Tel Aviv, la Kirya, si discuterebbe di un ordine iraniano soprannominato «Comando del Giorno del Giudizio».
Riguarderebbe un ordine rivolto a tutto l’asse filo-iraniano, cioè Hezbollah, Houthi, Hamas e altre milizie, di sparare tutto ciò che hanno a disposizione contro Israele, laddove la situazione di Teheran si facesse disperata. Uno scenario fantascientifico, ma la dottrina della difesa israeliana dopo 7 ottobre stipula di considerare anche i rischi più reconditi come possibilità concrete.
Logiche politiche
Per Bibi il nuovo attacco all’Iran risponde anche a logiche politiche. Entro ottobre ci saranno nuove elezioni e il premier vuole ricostituire la propria immagine di uomo della sicurezza dopo il fallimento del 7 ottobre 2023. Per farlo vuole mettere in ginocchio l’Iran, considerato il nemico più acerrimo oltre che la fonte di tanta parte delle minacce a Israele nella regione.
Dopo la guerra contro l’Iran di giugno Netanyahu era volato nei sondaggi. Per la prima volta da molto tempo una maggioranza relativa di israeliani, interrogati su chi volessero come primo ministro, indicavano proprio l’attuale premier. La narrazione pre-elettorale di Bibi vuole essere proprio quella di una rinascita che ha spazzato via la cosiddetta “asse del male” dalla regione.
Per Bibi l’Iran è anche un’ossessione genuina: da anni lo considera l’unica vera minaccia esistenziale per Israele. Ed è probabile abbia voluto sfruttare fino in fondo la congiuntura che lo vede al potere in concomitanza con Trump, un leader disposto a compiere azioni avventate e molto vicino alle sensibilità della destra israeliana.
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