La poeta e scrittrice canadese ha vinto per «la sua opera audace e innovativa che, in un dialogo giocoso con la tradizione classica, ha creato nuove forme per la letteratura contemporanea». Classicista di formazione e di professione, Carson contamina la cultura antica e i suoi fantasmi, facendola rivivere con uno sguardo lucido e obliquo, irriverente
Il Nobel a Anne Carson è un premio che molti, tra chi legge la poesia, aspettavano e quasi temevano non arrivasse più. Invece, l’autrice canadese, a 76 anni (gli ultimi segnati dal Parkinson, di cui ha parlato pubblicamente descrivendo le sessioni di pugilato con cui tiene a bada i tremori) è riuscita a spuntarla, grazie a un’opera di assoluta originalità che spariglia le carte dei generi letterari attraverso più di venti libri che solo semplificando possiamo indicare come raccolte di poesia, testi teatrali, saggi, traduzioni (o forse meglio riscritture, da Eschilo, Sofocle, Euripide). L’Accademia Reale Svedese le ha assegnato il premio per «la sua opera audace e innovativa che, in un dialogo giocoso con la tradizione classica, ha creato nuove forme per la letteratura contemporanea».
I saggi e il mito
Classicista di formazione e di professione, già vincitrice di numerosi premi , Carson contamina la cultura antica e i suoi fantasmi, facendola rivivere con uno sguardo lucido e obliquo, tanto competente quanto irriverente. Tra i suoi saggi forse il più bello è Economia dell’imperduto apparso nel 2020 per Utopia, che sta pubblicando nella traduzione di Patrizio Ceccagnoli molte delle sue opere più ibride, incluso il notevole Decreazione, ispirato a un’idea di Simone Weil e a un frammento di Saffo.
Accompagnato da uno scritto di Antonella Anedda,lettrici e ammiratrici in Italia (e traduttrice con Biagini e Tandello di Antropologia dell’acqua per Donzelli), Economia dell’imperduto è un saggio sulla perdita, letta nella chiave economica dello scambio, del guadagno, del risarcimento e dello spreco, che parte dagli epitaffi di Simonide di Ceo per giungere alla poesia di Paul Celan, in un viaggio intorno al lutto che attraversa epoche e forme di “economia” diverse per confrontarsi con ciò che sparisce ma non si perde.
Nello stesso anno, il 2020, è apparso in italiano anche un romanzo in versi, Autobiografia del rosso (riedito per La Nave di Teseo, trad. Sergio Claudio Perroni, dopo una prima uscita per Bompiani), in cui Carson propone una riscrittura contemporanea del mito di Eracle e soprattutto di Gerione, il mostro alato di cui il testo segue la formazione sentimentale nel continente americano, tra il Canada e il Sud America, in cerca del “suono” dei vulcani. Si deve credo a questa doppia uscita la prima fama di Carson presso il pubblico italiano, che ha accolto con favore il suo modo di mescolare alto e basso, senza concessioni ammiccanti, con ironia (a volte disturbante) e profondità di pensiero: come se alto e basso per lei coordinate in movimento, o se si vuole intrinsecamente in dialogo, trampolini di lancio per tuffi immaginativi nel nostro mondo (il suo ultimo intervento pubblico è un articolo sul megaconcerto della cantante spagnola Rosalía a Chicago, apparso sulla London Review of Books).
Ciò che sorprende della libertà con cui Carson ripensa figure e storie del passato è un’idea della letteratura non come un fardello polveroso ma come uno strumento duttile di conoscenza delle increspature del presente; categoria opaca, questa, che assume confini più definiti se scontornata dei suoi attributi retorici e restituita nella sua immediatezza, per esempio attraverso la riflessione sulla forma delle relazioni contemporanee. È ciò che troviamo nel bellissimo testo in versi Il saggio di vetro (in Vetro, Ironia e Dio, uscito per Crocetti, che sta pubblicando l’opera poetica, a cura di Ceccagnoli, la sua voce principale qui da noi), in cui le afasie e le incoerenze di una relazione sentimentale sono raccontate in cortocircuito con Cime Tempestose, mescolando autobiografismo lirico e saggistica idiosincratica (si parla di lyric essay); ma anche in La bellezza del marito. Un saggio romanzato in 29 tanghi, uscito per La Tartaruga nel ’22 (trad. Chiara Spaziani), in cui si racconta la fine di un matrimonio, e si scandagliano le forme del desiderio in dialogo con il poeta romantico John Keats e i suoi famosi versi: «Beauty is truth, truth beauty, – that is all / Ye know on earth, and all ye need to know».
Collisioni
L’esempio forse più lampante delle collisioni di Carson è Norma Jeane Baker of Troy, un testo teatrale andato in scena a New York nel 2019 e pubblicato da Crocetti con il titolo italiano (scelto dalla stessa autrice) Era una nuvola, in cui il mito di Elena raccontato da Euripide si sovrappone al mito moderno di Marilyn Monroe, al punto che il protagonista-sceneggiatore si trasforma in Monroe per offrire riflessioni transtoriche sul potere distruttivo della bellezza e sui meccanismi di oppressione ed esclusione delle donne.
Filo rosso, questo, che attraversa la scrittura di Carson: sia nella forma del saggio, come nel notevole Il genere del suono, ripubblicato da poco in edizione singola da Crocetti, che, con riferimenti dal mondo antico fino a Gertrude Stein, mostra come la voce femminile sia stata spesso considerata un “rumore” di fondo, informe e fastidioso, da imbavagliare o respingere nella reclusione dello spazio domestico o in funzioni pubbliche determinate (il pianto dei morti); sia in testi ibridi come The Albertine Workout (uscito per Tlon nel 2019, trad. Giulio Silvano), dedicato all’indimenticabile personaggio proustiano, e ancora di più in Antigonick (New Directions, 2012), liberissima riscrittura dell’Antigone che speriamo di vedere presto in traduzione.
Più difficile invece sarà vedere (ci vorrebbe un editore coraggioso) la sua opera più bella (o almeno, la preferita di chi scrive): Nox, uscito per New Directions nel 2010. Una scatola più che un libro, che contiene un unico, lunghissimo foglio ripiegato a fisarmonica in cui la traduzione impossibile del carme 101 di Catullo diventa il racconto dell’elaborazione impossibile del lutto per la perdita del fratello Michael.
Un’elegia commovente («I wanted to fill my elegy with light of all kinds»: «Volevo riempire la mia elegia di ogni tipo di luce») in cui si affastellano ricordi, ritagli di foto, voci enciclopediche e biglietti scritti a mano, collage, disegni e francobolli, che ruotano intorno a un’idea che è anche una forma del sentire (la stessa, forse, di Antigone): «I have never known a closeness like that. I guess it never ends. A brother never ends. I prowl him. He does not end»: «Non mi sono mai sentita così vicina a qualcuno. Credo non finisca mai. Un fratello non finisce mai. Lo seguo ovunque. Lui non finisce mai» (trad. mia).
Dopo questo premio, al solito qualcuno storcerà il naso: per lo sperimentalismo dell’autrice, ma soprattutto perché la sua scrittura è troppo colta, difficile, “studiata”. Eppure verrebbe da ricordare che a nessun chirurgo è stato mai rimproverato di aver studiato troppo prima di un intervento, e che scrivere o leggere un’opera letteraria ha un peso, per alcuni, non molto diverso da un’operazione a cuore aperto.
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