Sarà difficile oggi ignorare ad Ankara la lunga e profonda scia rossa, di sangue e di fuoco, rimasta sull’asfalto e sulla pelle di Kiev. Il bilancio dell’attacco russo di ieri è di ventidue vittime, dozzine di feriti che nessuno riesce a contare del tutto con precisione, mentre le squadre d’emergenza e soccorso fanno la conta dei vivi e dei morti continuando a scavare nelle macerie nei quartieri di Darnytskyi e Podilskyi.

La capitale è stata colpita dai razzi di Mosca in oltre venti punti diversi. Kiev è indifesa e oggi si sveglia di nuovo ferita, esausta, stanca per altri funerali da celebrare. La notte più nera è trascorsa perché nessuno dei balistici spediti dall’esercito russo è stato intercettato: hanno bucato e squarciato palazzi, vie e impianti, senza che nulla potesse interrompere la loro traiettoria.

Agli ucraini servono Patriot come il pane, forse anche di più, in questa fase del conflitto in cui le scorte e gli arsenali sono vuoti. Si evince dalle parole del colonnello Yuriy Ignat: «L’indicatore è basso, per usare un eufemismo». Queste carenze sono diventate un vantaggio immediato per Mosca: «I russi stanno sfruttando il fatto che in Ucraina, e nel mondo, c’è una grave carenza di missili intercettori».

Vulnerabilità aerea

A confermarlo è stato lo stesso presidente ucraino Volodymyr Zelensky: la carenza di intercettori non è aggirabile, rende l’antiaerea ucraina troppo vulnerabile, è il punto debole della resistenza militare. Intanto, quegli armamenti rimangono nei depositi dei paesi partner e per questo è «molto importante» che al vertice della Nato si adottino «decisioni forti a sostegno della nostra difesa dello spazio aereo».

Senza un rafforzamento immediato dello scudo antiaereo, Mosca si sentirà sempre incoraggiata a intensificare la sua strategia di distruzione. E fermarla, ha insistito Zelensky – che da mesi non risparmia appelli e pressioni sugli alleati affaticati da un conflitto che prosegue dal 2022 – è nelle capacità dell’Europa e degli Usa. «Ogni missile russo lanciato contro l’Ucraina veicola un messaggio che va ben oltre i nostri confini». Per l’Ucraina ogni attacco è monito rivolto all’intera comunità occidentale; la violenza parla al posto della legge, è un diritto alla brutalità che continua ad essere esercitata senza conseguenze, ha detto ministro degli Esteri ucraino, Andrii Sybiha, che ha chiesto una riunione d’emergenza del Consiglio di sicurezza dell’Onu.

Forse sarà proprio quello turco il palco da cui Trump tenterà di nuovo il rilancio della diplomazia per mettere fine al conflitto. Domani incontrerà Zelensky e, dopo l’incontro, avrà un colloquio telefonico con l’omologo russo che, ha detto ieri dalla Casa Bianca, vuole mettere fine alla guerra. Il compito che si è prefisso è difficile, come sarà difficile spiegare, all’indomani della cordiale telefonata intercorsa nel giorno del 250esimo anniversario tra Trump e Putin, perché l’intelligence americana sta fornendo assistenza e informazioni all’esercito ucraino nella pianificazione degli attacchi contro raffinerie e impianti energetici della Federazione.

Non è una novità: il segretario di Stato Marco Rubio lo aveva già pubblicamente confermato nel dicembre 2025 che Washington suggeriva rotte agli ucraini, consentendogli di eludere la rete della difesa russa che sarebbe altrimenti impossibile da aggirare. La notizia torna attuale perché adesso produce risultati sempre più tangibili: la carenza di carburante affligge ormai la Federazione, costretta ormai a ricorrere all’esportazione.

Ieri gli ucraini sono riusciti a spingersi fino in Siberia, a 2.500 oltre la loro frontiera, mettendo fuori gioco la raffineria di Omsk. Ma c’è qualcosa di più pericoloso della mancanza di benzina: l’atomo. Aleksei Likhachev, amministratore delegato dell’agenzia nucleare Rosatom, ha lanciato l’allarme sostenendo che le centrali nucleari di Leningrado, Smolensk, Kursk stanno subendo «le conseguenze degli attacchi militari ucraini», ma il fronte più preoccupante resta quello di Zaporizhzhia: «Siamo a un passo da una catastrofe», la comunità tutta dovrebbe capire con quale «livello di fuoco il regime di Kiev sta giocando».

Fabbricare droni

Nei corridoi della Rada sono convinti che i colloqui riprenderanno prima della fine dell’estate ma intanto stringono accordi con sette paesi Nato per fabbricare droni. Perché l’Ucraina non si presenta più soltanto come una nazione bisognosa di assistenza, ma sempre più anche come uno Stato che può garantirla, insieme alle competenze e tecnologie che ha perfezionato dal 2022. Il Guardian li chiamava ieri drone deals, accordi per i droni che non riguardano solo la vendita, fornitura e produzione degli armamenti, ma l’intero ecosistema che li rende efficaci in battaglia.

Radar e sensori, stazioni di controllo e procedure operative integrate. Ma soprattutto esperti tattici e operativi ucraini che sappiano farli funzionare. Intese e cooperazioni del genere Kiev le ha già avviate con Lettonia e Lituania, ma anche Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar, colpiti dagli iraniani Shahed, usati in larga scala dalle forze russe. Ora lo farà anche con l’Alleanza a cui chiede aiuto.

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