Il presidente cinese e l’amico Vladimir ostentano unità anche su Taiwan, mentre cresce la tensione per un possibile conflitto nel Pacifico. Intanto gli affari vanno a gonfie vele: nel 2024 è stato registrato un nuovo record nell’interscambio commerciale
Ad attendere Xi Jinping, sbarcato mercoledì 7 a Mosca, c’erano i soldati dell’Esercito popolare, che negli ultimi giorni hanno marciato nelle vie della capitale russa. Il drappello d’onore di un centinaio di militari dell’Epl ha sfilato cantando inni patriottici e anti giapponesi in vista della Giornata della vittoria, il 9 maggio, che registrerà il quarantaquattresimo incontro in una dozzina d’anni tra Vladimir Putin e Xi, ospite al Cremlino per l’undicesima volta.
Una consuetudine, quella tra i due presidenti, che riflette lo stato delle relazioni Mosca-Pechino, un’alleanza di fatto. La presenza di truppe cinesi alla celebrazione della vittoria sovietica sui nazisti vuole mandare al mondo un messaggio preciso. Le prime mosse “filorusse” di Donald Trump avevano fatto immaginare un rapido “rapprochement” con gli Stati Uniti, ma Xi e Putin hanno instradato i rapporti bilaterali su un percorso dal quale difficilmente le due potenze nucleari torneranno indietro. «Il nostro legame non è soggetto a influenze esterne. Cina e Russia respingeranno congiuntamente i tentativi di dividerle», ha scritto Xi in un articolo pubblicato sulla Rossiyskaya Gazeta alla vigilia del suo arrivo a Mosca.
L’Asia agli asiatici
Nel 2024 è stato registrato un nuovo record nell’interscambio commerciale (237 miliardi di dollari di valore), il dialogo tra i rispettivi apparati politici e militari è continuo, così come il passaggio di businessman, studenti e turisti attraverso i 4.300 chilometri di frontiera comune. Ma della solennità della parata del 2025 in Cina viene data una lettura particolare. Secondo Zhao Long, vicedirettore dell’Istituto per gli studi strategici e di sicurezza internazionali presso lo Shanghai Institutes for International Studies, «alcuni paesi (gli Usa, ndr) hanno cercato di distorcere la storia e l’ordine del dopoguerra» attraverso sanzioni unilaterali e guerre tariffarie. E infatti il comunicato con il quale l’agenzia Xinhua ha preparato l’arrivo di Xi rivendica il contributo della Cina e della Russia alla sconfitta del Giappone e della Germania nazista e all’ordine internazionale nell’ambito delle istituzioni multilaterali vecchie e nuove (a guida sino-russa): Nazioni Unite, Shanghai Cooperation Organization, Brics.
Sulla violazione del diritto internazionale da parte della Russia con l’invasione dell’Ucraina nemmeno un accenno. Non solo, Xi ha aggiunto sul quotidiano moscovita che dell’ordine postbellico fa parte la sovranità cinese su Taiwan, dove «non importa come cambi la situazione, e quanto le forze esterne cerchino di fomentare problemi, la tendenza storica secondo cui la Cina sarà e dovrà essere riunificata è inarrestabile». E su questo Xi dice di avere il pieno sostegno da parte di Putin. La scorsa settimana la Cina ha inviato per la prima volta una grande formazione della guardia d’onore a Ho Chi Minh City per celebrare il 50° anniversario della caduta di Saigon, che ha segnato la fine della guerra civile in Vietnam.
La strategia di Xi di costruire un grande “blocco” asiatico anti protezionismo fatto di diversi accordi bilaterali e multilaterali e la politica “volta a oriente” di Putin coincidono. In un’intervista trasmessa domenica scorsa dalla tv Rossiya-1 il presidente russo ha sostenuto che già quando divenne presidente per la prima volta, nel 2000, erano evidenti i segnali che il centro della crescita economica globale si stava spostando a Est. Dōngshēng xījiàng: l’oriente è in ascesa, l’occidente è in declino, dicono in Cina.
Xi si trattiene in Russia fino a sabato. Secondo quanto riferito da Xinhua, «il presidente Xi avrà una comunicazione strategica con il presidente Putin sulle relazioni Cina-Russia nelle nuove circostanze e su una serie di importanti questioni internazionali e regionali». Dunque in cima all’agenda dell’ex “principino rosso” eletto dal XVIII congresso del Pcc e dell’ex funzionario del Kgb (al potere rispettivamente da 13 e 25 anni) ci sarà un confronto sulle politiche dell’amministrazione Trump (Xi vorrà essere bene informato su cosa si sono detti Trump e Putin), sulla guerra in Ucraina e sulle tensioni intorno a Taiwan e al Mar cinese meridionale.
Se, malauguratamente, la prossima guerra scoppierà nel Pacifico, la Repubblica popolare cinese, che con Xi ha messo su un esercito iper tecnologico nuovo di zecca ma che, di fatto, non ha mai combattuto un vero conflitto, potrebbe aver bisogno dell’aiuto dell’armata russa. È uno scenario a cui si stanno preparando in molti. Xi ha puntato tantissimo sulla modernizzazione dell’Epl, il cui bilancio (+7,2 per cento nel 2025) da anni cresce più del Pil. Mentre in Giappone il 62 per cento della popolazione teme che presto possa scoppiare una guerra nel Pacifico (dieci anni fa era il 50 per cento), secondo un sondaggio appena pubblicato dal quotidiano nipponico Asahi la preoccupazione principale è quella di essere coinvolti in un conflitto tra la Cina e Taiwan.
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