Fu riconosciuto colpevole per il massacro di oltre 8 mila uomini e ragazzi bosgnacchi, per il terrore imposto a Sarajevo e per altri crimini commessi durante la guerra in Bosnia. Era gravemente malato da tempo
Ratko Mladić, ex comandante militare dei serbo-bosniaci e principale simbolo delle atrocità commesse durante la guerra in Bosnia, è morto all’età di 84 anni. Il “boia di Srebrenica”, così era soprannominato, era condannato all’ergastolo per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra e si trovava nel carcere dell’Aia, nei Paesi Bassi. La notizia della sua morte è stata diffusa dall’emittente pubblica serba Rts e stata confermata anche da un funzionario delle Nazioni unite.
Le sue condizioni di salute erano da tempo gravemente compromesse. Aveva subito diversi ictus e negli ultimi mesi il quadro clinico era peggiorato. La famiglia, insieme alle autorità serbe, aveva presentato più richieste per ottenere la liberazione anticipata per ragioni umanitarie e consentirgli di trascorrere in Serbia l’ultima fase della vita.
Richieste respinte con i giudici che avevano stabilito che Mladić potesse ricevere nei Paesi Bassi un’assistenza medica adeguata. Nell’ospedale penitenziario, infatti, riceveva cure palliative per l’alleviamento della sofferenza.
Dalla guerra in Bosnia a Srebrenica
Nato il 12 marzo 1942 a Božanovići, nel comune bosniaco di Kalinovik, Mladić aveva intrapreso la carriera nell’Esercito popolare jugoslavo. Con la dissoluzione della Jugoslavia e lo scoppio della guerra in Bosnia, nel maggio del 1992 assunse il comando dello Stato maggiore dell’Esercito della Repubblica Srpska, la forza armata dell’entità serbo-bosniaca. Sarebbe rimasto alla sua guida durante gli anni più sanguinosi del conflitto.
Il suo nome resta legato soprattutto a Srebrenica. Nel luglio del 1995 le forze serbo-bosniache conquistarono l’enclave, che l’Onu aveva dichiarato “area protetta”. Nei giorni successivi più di 8 mila uomini e ragazzi bosgnacchi furono uccisi. Le esecuzioni di massa e il tentativo di eliminare la popolazione musulmana maschile dell’area sono stati riconosciuti dalla giustizia internazionale come genocidio.
Mladić fu ritenuto uno dei principali responsabili del massacro. La sua figura è rimasta associata anche alle immagini girate dopo la caduta dell’enclave, quando il generale apparve tra i suoi soldati mentre le forze serbo-bosniache prendevano il controllo della città. Ma Srebrenica non fu l’unico capitolo al centro del processo.
I giudici dell’Aia riconobbero la responsabilità di Mladić anche per la campagna di terrore contro la popolazione civile di Sarajevo, sottoposta per anni ad assedio, bombardamenti e attacchi dei cecchini; per persecuzioni, omicidi, deportazioni e trasferimenti forzati della popolazione non serba; e per la presa in ostaggio di personale delle Nazioni unite nel 1995.
La latitanza
Il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia incriminò Mladić già nel 1995. Dopo la fine della guerra riuscì però a sottrarsi alla cattura per quasi sedici anni, diventando uno dei latitanti più ricercati dalla giustizia internazionale.
Fu arrestato il 26 maggio 2011 a Lazarevo, un villaggio nei pressi di Zrenjanin, in Serbia, dove viveva sotto protezione e lontano dai riflettori. Cinque giorni dopo venne trasferito all’Aia.
Il processo cominciò nel 2012 e si concluse il 22 novembre 2017 con la condanna all’ergastolo. Mladić venne riconosciuto colpevole di dieci degli undici capi d’imputazione: genocidio a Srebrenica, persecuzione, sterminio, omicidio, deportazione e trasferimento forzato come crimini contro l’umanità, oltre a omicidio, terrore, attacchi illegali contro civili e presa di ostaggi come violazioni delle leggi di guerra.
L’8 giugno 2021 la Camera d’appello del Meccanismo residuale internazionale confermò le condanne e l’ergastolo. Restò invece confermata l’assoluzione dall'accusa distinta di genocidio relativa alle persecuzioni commesse in altri comuni della Bosnia Erzegovina.
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