Dopo 19 viaggi negli Stati Uniti, si può dire che Carlo una certa confidenza con l’America ce l’ha. Ma quella di questi giorni è una visita particolare. E complicata. Tanto che a Londra si parla della “missione” più difficile per il re, quella che potrebbe anche caratterizzare il suo regno se la situazione dovesse complicarsi. Un’ipotesi che ormai capi di Stato, leader e capi del cerimoniale tengono sempre in considerazione quando si tratta di essere ospitati da Donald Trump

Lunedì 28 aprile re Carlo e la regina Camilla sono atterrati alla base militare di Andrews, nel Maryland. Poi subito direzione Casa Bianca, accolti dal presidente Usa e dalla First Lady Melania. Tempo di qualche foto, anche davanti a un alveare a forma di White House, il più classico dei tè, poche chiacchiere. Nulla di impegnativo, i temi caldi sono rimandati a oggi. Poi di corsa al garden party organizzato dall’ambasciata britannica negli Usa, per sentirsi un po’ a casa nonostante le 600 persone. E per prepararsi.

Lontano dalle telecamere

Per re Carlo, infatti, sarà un martedì da leoni. Il faccia a faccia più politico con Trump è stato organizzato lontano dalle telecamere. I funzionari britannici sembra abbiano spinto affinché non ci fosse la solita procedura con i giornalisti, con le domande nello Studio Ovale, quello che ha permesso al tycoon di mettere alle strette diversi leader, di tendere agguati a destra e sinistra. Probabilmente non ci sarebbero state trappole nei confronti del monarca inglese, vista la stima mai nascosta di Trump verso la famiglia reale, ma i britannici non hanno voluto rischiare.

Nessun appoggio mediatico, quindi, ma nell’incontro a porte chiuse le questioni che nell’ultimo periodo stanno dividendo Regno Unito e Stati Uniti saranno comunque affrontate. Dall’approccio diverso sull’Iran, allo stretto di Hormuz, all’uso delle basi militari come il caso di Diego Garcia, sulle contese isole Chagos, fino ai rumors su possibile svolte avallate dall’amministrazione americana riguardo le Falklands. E anche su un altro elefante nella stanza che collega Washington a Londra: il caso Epstein.

Perché è vero che il re non governa, ma una certa influenza sull’esecutivo di Keir Starmer può averla per mediare e rattoppare una “special relationship” che non sembra godere di un’ottima forma.

Il discorso al Congresso

Dopo il vertice alla Casa Bianca, re Carlo si rivolgerà al Congresso degli Usa. L’ultima monarca a farlo era stata, neanche a dirlo, la regina Elisabetta nel 1991. Davanti ai legislatori statunitensi di telecamere ce ne saranno a sufficienza. E lì Carlo lancerà i suoi messaggi pubblicamente.

Dalle anticipazioni pubblicate dalla Bbc, nei circa 20 minuti di discorso, il re ricorderà che «più e più volte i nostri due paesi hanno trovato il modo di collaborare», anche in tempi di crisi e di sfide internazionali. Un monito affinché le divisioni attuali, emerse soprattutto a causa di Trump, non facciano solchi profondi nel rapporto.

Secondo quanto trapelato, poi, dirà anche che l’alleanza tra i due paesi si fonda su «generosità d’animo e sul dovere di promuovere la compassione, favorire la pace, approfondire la comprensione reciproca e valorizzare le persone di ogni fede e anche quelle senza alcuna fede». Farà appello alla «riconciliazione e il rinnovamento» del partenariato tra Londra e Washington, per poi dedicare un passaggio sulla difesa necessaria dei «valori democratici». 

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