Era il maggio del 2024 quando l’esercito israeliano ha lanciato la sua distruttiva operazione militare su Rafah. In pochi mesi il sud della Striscia si è trasformato in un cumulo di macerie senza fine e il valico al confine con l’Egitto è diventato inaccessibile. L’unica via di fuga da Gaza diretta verso un territorio che non sia quello israeliano è rimasta chiusa fino a ieri, quando il primo civile di 150 previsti ha oltrepassato il confine a bordo di un’ambulanza verso l’Egitto.

Per circa un anno e mezzo il valico di Rafah, a parte un’eccezione durata qualche giorno nella prima lunga tregua siglata sotto l’amministrazione Biden a inizi 2025, è rimasto serrato.

Inutili gli appelli e la pressione su Israele di comunità internazionale e organizzazioni umanitarie per la sua riapertura. E così dalla parte egiziana della frontiera, la Croce Rossa egiziana ha dovuto costruire nuovi magazzini per contenere l’enorme flusso di aiuti umanitari arrivati dall’estero. Migliaia di tonnellate di beni, medicine e alimenti costretti nei magazzini mentre due milioni di persone erano in piena crisi umanitaria.

La riapertura del valico ha una valenza simbolica per il momento. Tel Aviv non consente ancora il transito di merci e ha acconsentito soltanto al passaggio dei civili. Secondo i media, per il momento è prevista l’uscita tramite Rafah di 150 civili – tra pazienti e accompagnatori – e l’entrata di altri 50.

Numeri insufficienti

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«A Gaza non c’è trattamento, non c’è vita», ha detto all’Afp, Mahmoud, un giovane palestinese di 38 anni e affetto di leucemia, che è tra i primi a lasciare la Striscia per ricevere cure mediche in un ospedale egiziano. A Khan Younis, invece, Abdel Rahim Mohammed, aspetta il rientro di sua madre. Lei ha 63 anni e aveva lasciato Gaza nel marzo del 2024 per curarsi in Egitto da un cancro al seno. «È un giorno di gioia, potrò riabbracciare mia madre», ha detto sempre all’Afp.

I numeri delle evacuazioni sanitarie rimangono ancora troppo bassi. Il direttore dell’ospedale al Shifa, Mohammed Abou Salmiya, ha detto che ci sono 20 mila pazienti nella Striscia, «di cui 4.500 bambini, con urgente bisogno di cure».

Di questo passo secondo Save the Children ci vorrà oltre un anno per evacuare chi ne ha bisogno. Senza contare che il percorso per oltrepassare il confine è ancora pieno di insidie.

Prima del 7 ottobre ci volevano circa 30 minuti per raggiungere il valico, ora ci vogliono cinque ore tra checkpoint, strade interrotte, e residui bellici pericolosi ancora nel tragitto. Ma per Ali Shaath, capo del comitato palestinese che agisce sotto le direttive impartite dal Board of peace di Trump, «questo passo non è semplicemente una misura amministrativa». La riapertura a metà del valico di Rafah «segna piuttosto l'inizio di un lungo processo per riallacciare ciò che è stato reciso e aprire una finestra di speranza per il nostro popolo».

Per altri civili la speranza non c’è più. Secondo quanto riporta al Jazeera, negli ultimi due anni almeno mille persone sono morte in attesa di cure. E tutt’ora – nonostante un cessate il fuoco in vigore – Gaza non è sicura per nessuno.

Uccide il freddo: almeno undici bambini sono morti per ipotermia quest’inverno. Uccidono le armi: nel fine settimana sono stati 32 i palestinesi morti nei bombardamenti dell’Idf. A questi se ne sono aggiunti altri cinque nelle ultime ventiquattro ore.

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