Il presidente: «Tutti vogliono farne parte». A firmare, soprattutto dittatori e antidemocratici. Kushner, il genero, presenta il piano di ricostruzione: grattacieli e poli turistici sul lungomare
«Sarà un catastrofico successo». La scelta lessicale utilizzata da Jared Kushner durante la sua presentazione del piano di ricostruzione di Gaza è alquanto discutibile. Ma è anche emblematica di quello che può accadere con un progetto calato dall’alto e spartito a tavolino da affaristi e immobiliaristi che nella Striscia non hanno mai messo piede e decideranno loro – senza alcuna legittimità – per il futuro dei gazawi.
Il genero di Trump ha illustrato il piano al pubblico dopo le firme per la nascita del Board of Peace voluto dal presidente degli Stati Uniti e che si occuperà della governance di Gaza per un lasso di tempo indefinito. Sulla carta il mandato dura fino a quando l’Autorità nazionale palestinese non avrà compiuto non meglio precisate riforme e avrà l’assenso del Board per prendere il potere nella Striscia. In realtà c’è un alto rischio che questo passaggio di consegne non avverrà mai.
Lo stesso Elon Musk, presente anche lui a Davos, ha ironizzato sul piano. «È per la pace o per la conquista? Un pezzo di Groenlandia, più un pezzo di Venezuela?», ha detto il miliardario ex amico di Trump.
Chi c’è e chi non c’è
A Davos, Trump ha ripetuto più volte che «tutti vogliono fare parte del Board». Se effettivamente fosse l’occasione per porre fine al conflitto israelo-palestinese ci sarebbero le corse per parteciparvi. Eppure poco meno della metà dei 52 paesi che dovrebbero comporre l’organismo hanno deciso di aderire. In totale sono 25 stati, la maggioranza sono arabi musulmani: dal blocco dei paesi del Golfo Persico a Marocco, Giordania, Egitto e Turchia. Poi ci sono Azerbaigian, Kosovo, Armenia, Bulgaria, Mongolia, Paraguay, Vietnam, Bielorussia, Argentina, Indonesia, Mongolia, Uzbekistan e Kazakistan. Anche il premier israeliano Benjamin Netanyahu non si è lasciato sfuggire l’occasione e nei giorni scorsi ha accettato l’invito.
Assenti i paesi di peso dell’Ue, con l’Italia che sta prendendo tempo per capire se l’adesione al Board sia compatibile con i dettami costituzionali. Tuttavia, non c’è nessun allarme secondo il segretario di Stato Marco Rubio: «Alcuni o non sono in città oggi o devono seguire una procedura interna nel loro paese a causa di limitazioni costituzionali, ma altri aderiranno».
Ieri è arrivata anche la prima gaffe diplomatica. Nella lista dei paesi aderenti, la Casa Bianca ha inserito anche il Belgio che ha prontamente smentito. Francia, Regno Unito, Germania, Svezia e Norvegia hanno già declinato gli inviti in maniera ufficiale. La premier Giorgia Meloni per ora ha preso tempo e ne parlerà con gli altri leader Ue che stanno valutando se aderire al piano. Una prima discussione è iniziata ieri durante il Consiglio europeo a Bruxelles. C’è attesa di capire anche cosa risponderanno la Cina e la Russia. Putin ha fatto sapere che sta valutando la proposta e intanto ha proposto a Washington di usare un miliardo degli asset russi congelati come contributo al Board.
«Ci siamo detti: pianifichiamo un catastrofico successo», ha detto Kushner mentre illustrava le immagini della New Gaza, il piano di ricostruzione studiato negli ultimi mesi. Come in un meeting aziendale il genero di Trump si è fatto aiutare dalle slide per vendere il suo prodotto. E così, sugli schermi compaiono grattacieli sul lungomare per il «turismo costiero», hub di trasporti e infrastrutture energetiche. Ci sarà un nuovo porto, un aeroporto e nuove autostrade.
Un progetto più modesto rispetto alla Riviera annunciato lo scorso anno e che aveva attirato numerose critiche della Comunità internazionale. La ricostruzione di Gaza è allettante per il tycoon: «Sono un esperto di immobiliare e per me la posizione è tutto, e ho pensato: guardate questa posizione sul mare, guardate questo splendido pezzo di proprietà, cosa potrebbe rappresentare per così tante persone. Sarà davvero, davvero fantastico. Le persone che vivono così male vivranno così bene», ha detto ieri.
«La pace è diversa da un accordo d'affari perché devi cambiare una mentalità», ha detto Kushner che già nella precedente amministrazione era stato protagonista con l’ideazione degli Accordi di Abramo tra Israele e alcuni paesi arabi. Ora è tornato di nuovo nella scena e dopo aver guidato il progetto della ricostruzione siederà anche nel Comitato esecutivo del Board.
Kushner è ottimista, secondo le sue stime è «assolutamente fattibile costruire in tre anni città per due o tre milioni di persone, come sta avvenendo nella regione» del Golfo. Tuttavia, sembra una stima irrealistica. Tante sono le incognite sul tavolo a partire dalla rimozione delle macerie: per l’Onu ci vorranno sei anni solo per rimuovere le 60 milioni di tonnellate di macerie. Senza contare che dall’11 ottobre scorso, giorno in cui è entrato in vigore il cessate il fuoco, gli attacchi a Gaza non si sono mai fermati.
Come ripartire
Come iniziare a ricostruire se l’Idf continua ad attaccare la Striscia? Sullo sfondo ci sono poi le due macro questioni da risolvere per concludere la Fase 2 annunciata la scorsa settimana: la smilitarizzazione di Hamas e il ritiro progressivo dei soldati israeliani oltre la linea gialla.
Al momento l’Idf controlla il 53 per cento del territorio e nei mesi scorsi il ministro della Difesa, Israel Katz, ha più volte detto che i suoi uomini non abbandoneranno mai del tutto Gaza. Intanto nei prossimi giorni potrebbe essere riaperto il valico di Rafah dopo oltre un anno e mezzo dalla sua chiusura.
Lo ha annunciato ieri Nickolay Mladenov, Alto rappresentante del Board of peace. Alle sue spalle diversi incarichi ministeriali in Bulgaria, ruoli di vertice alle Nazioni unite e una menzione speciale nei Pandora papers.
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