Dopo l’apertura a nuove trattative nei giorni scorsi, con la visita degli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner a Mosca e la telefonata tra Trump e Vladimir Putin, ieri è iniziata la fase di reflusso. Le condizioni non sono cambiate, fa sapere il Cremlino
Dopo un anno e mezzo, il copione è ormai consolidato. Quando il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, spinge su Mosca per la pace in Ucraina, prima il Cremlino dà grandi segnali di apertura. Poi, non appena Trump riceve il messaggio, inizia a chiudere, indirettamente, ogni concreta possibilità di negoziato.
Dopo l’apertura a nuove trattative nei giorni scorsi, con la visita degli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner a Mosca e la telefonata tra Trump e Vladimir Putin, ieri è iniziata la fase di reflusso.
Apre la strada il portavoce del presidente, Dmitri Peskov: «Le condizioni non sono cambiate rispetto a quanto annunciato dal presidente due anni fa». Una frase in codice per riferirsi al discorso in cui Putin chiedeva a Kiev di ritirarsi non solo dal Donbass, ma anche dalle regioni di Kherson e Zaporizhzhia, abbandonando non solo i circa 5 mila chilometri devastati nella regione di Donetsk, ma anche due città industriali che, insieme, sfiorano il milione di abitanti. Condizioni difficili da accettare nel 2024, ma pressoché impensabili due anni dopo, quando le avanzate russe si sono ridotte a un passo glaciale e anche la sola conquista del Donbass sembra ormai destinata a durare mesi, se non anni. Il Cremlino si è lanciato ieri anche in accuse senza precedenti, affermando che i servizi segreti di Kiev stavano organizzando un attentato, tra tutti i luoghi, contro l’ambasciata di Londra a Mosca con lo scopo di accusare i russi dell’attacco.
Peskov ha infine stroncato le voci su un possibile negoziato per fermare i reciproci attacchi contro le infrastrutture energetiche nei delicati mesi invernali, una voce che era stata fatta circolare dal presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, secondo il quale negoziati su questo tema erano in corso su spinta della Casa Bianca. «Non sono in corso discussioni sostanziali di questo tipo», ha tagliato corto Peskov, aggiungendo: «L’Ucraina sta colpendo obiettivi civili, le nostre infrastrutture sociali, e ha così aperto un vaso di Pandora».
Un riferimento a un attacco di droni marini ucraini, che la sera di giovedì hanno colpito il lungomare della località turistica di Sochi, sul Mar Nero, ferendo oltre 30 persone. I russi, in ogni caso, colpiscono obiettivi civili in Ucraina con una frequenza superiore di almeno un ordine di grandezza. Soltanto nelle ultime 24 ore almeno nove civili sono morti in Ucraina, quattro nell’attacco a un centro commerciale di Pavlohrad, avvenuto in pieno giorno, mentre due cittadini azeri sono morti nella regione di Odessa, quando il rimorchiatore su cui si trovavano è stato colpito da un drone russo.
Nel frattempo, i governi di Moldavia e Ucraina hanno ridimensionato l’incidente di mercoledì in cui l’aereo su cui volava Zelensky sarebbe stato «sfiorato» da un drone russo. Secondo ricostruzioni confermate da Kiev e Chisinau, in realtà l’aereo del presidente si trovava ancora sulla pista dell’aeroporto quando un drone russo sconfinato dall’Ucraina è passato nei pressi, spingendo le autorità a ritardare tutte le partenze. Il drone ha poi proseguito nella sua rotta, atterrando a oltre cento chilometri di distanza, senza causare danni o ulteriori problemi.
Dal Canada, dove è arrivato senza ulteriori problemi per una visita di tre giorni, ospite del primo ministro Mark Carney, Zelensky ha ringraziato calorosamente per la nuova fornitura di ulteriori difese aeree sui cui dettagli ha preferito mantenere il riserbo: «Sono a conoscenza della decisione. Sono davvero grato. Non la rivelerò, è una vostra decisione».
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