Tutti continuano a chiamarlo Serhii K., con la sola iniziale del cognome, come da prassi in ogni tribunale in Germania, ma il nome completo è Kuznetsov. È l’ex ufficiale ucraino contro cui la procura federale tedesca ha formalizzato l’accusa di concorso in un crimine di guerra per il sabotaggio dei gasdotti sottomarini Nord Stream 1 e il gemello Nord Stream 2 (mai entrato in funzione), ossia le arterie energetiche che collegavano la Russia all’Europa.

L’ex soldato ucraino ha agito contro obiettivi civili, distruggendo infrastrutture e interrompendo i servizi pubblici tedeschi: dunque non si tratta più del reato di «sabotaggio anticostituzionale», come inizialmente ipotizzato, ma di crimine di guerra. Serhii K. – lo hanno scritto nero su bianco gli inquirenti tedeschi – ha agito per conto di entità statali ucraine. È inchiostro che pesa come macigni sulla solidarietà di Berlino verso Kiev, considerato il sostegno politico, militare e diplomatico che continua a garantire la Germania all’Ucraina dal primo anno di guerra.

Unità d’élite

Ben più noto di Kuznetsov è l’ex comandante in capo dell’esercito ucraino, oggi ambasciatore nel Regno Unito, Valery Zaluzhny. La ricostruzione della procura di Amburgo è netta: è stato delineato un «quadro chiaro di come un’unità militare ucraina d’élite abbia condotto gli attacchi sotto la diretta supervisione dell’allora comandante supremo dell’Ucraina». Per i tedeschi Kuznetsov, a capo della squadra responsabile dell’attentato, rispondeva ai comandi e agiva sotto la direzione dell’ancora oggi popolarissimo ex capo delle Forze armate, che pochi giorni fa ha riferito al Zelensky che lo sfiderà alle prossime elezioni (e non ha cambiato idea, nonostante la squadra presidenziale abbia provato a dissuaderlo).

Le parole Nord Stream riportano a galla un’epoca che sembra lontanissima, quasi trascorsa secoli fa: eppure sono passati meno di quattro anni. Era l’era in cui l’Europa si nutriva e girava su sé stessa grazie all’energia russa, con milioni di metri cubi quotidiani a basso costo.

A pochi mesi dall’invasione russa dell’Ucraina, nel settembre 2022, è avvenuto il sabotaggio dell’infrastruttura saltata in aria con sei cariche esplosive. A oggi, ma forse anche all’epoca lo era, sembra evidente l’obiettivo strategico del piano: tagliando la potente vena che pompava gas fino in Ue, si sarebbero interrotti immediatamente i flussi che facevano ingrossare le casse del Cremlino con proventi che sarebbero stati investiti nello sforzo bellico contro l’Ucraina.

Da quando Berlino l’ha ufficialmente accusata di aver progettato uno dei più gravi attentati mai avvenuti nella storia europea, Kiev sta zitta. O, comunque, rilascia timide ammissioni: la motivazione ufficiale del mutismo politico è che non si hanno ancora abbastanza informazioni per rispondere agli interrogativi dei procuratori tedeschi, a cui rimangono però pochi dubbi. Zelensky ha dichiarato di non aver ancora ricevuto tutti i dettagli dell’atto d’accusa, ma sono ormai pubblici.

Il cerchio si chiude

Serhii K. – ufficiale dell’esercito ucraino che nel primo giorno di guerra si arruola in un’unità speciale dei servizi di sicurezza ucraini per difendere la capitale – è riuscito a entrare nello stesso mese dell’attentato in Germania con un passaporto ucraino autentico, ma intestato a un’altra persona, modalità che i tedeschi ritengono tipica delle operazioni sotto copertura dei servizi segreti ucraini.

Del tutto falsi sarebbero stati invece i documenti per affittare l’imbarcazione, uno yacht a vela, l’Andromeda. Carica di ordigni e cariche, la barca transita oltre le acque internazionali fino ai pressi dell’isola danese di Bornholm: lì sotto, negli abissi baltici, c’erano le arterie energetiche russe. Il capo del commando, che ha contribuito ad elaborare il piano che ha portato a termine con una squadra di sommozzatori professionisti, uno skipper e un esperto di esplosivi, oggi ha 50 anni e rischia di trascorrere i prossimi tre in galera.

L’indagine per identificare la squadra ed emettere mandati d’arresto per tre soldati dell’unità speciale è andata oltre il meticoloso; ci sono voluti anni di lavoro certosino. Il mosaico che ha condotto all’arresto di Serhii hanno cominciato a costruirlo i poliziotti di Potsdam. Il primo tassello è stata la società di noleggio barche che gli ucraini avevano usato per condurre l’operazione. Numeri di telefono, targhe e spostamenti hanno fatto stringere sempre più il cerchio.

Inizialmente di Kuznetzov gli investigatori avevano tra le mani solo una fototessera: i suoi occhi azzurri, le sue spalle larghe, il suo sorriso luminoso non trovavano riscontro in alcun profilo sui social, né in nessun database europeo. Sono state poi le forze dell’ordine tedesche ad allargare le ricerche e collegare tutti i punti che hanno portato all’incriminazione di un ex soldato speciale di Kiev.

Tra il silenzio di Zelensky e l’indice puntato della giustizia tedesca sta ora la sorte rocambolesca di Serhii K. – determinata anche dall’Italia, dove è stato arrestato negando ogni coinvolgimento nelle esplosioni del gasdotto del Cremlino – per la prima volta adesso non si individua solo la sua responsabilità, ma si riconosce ufficialmente la regia delle autorità ucraine.

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