Rafael Ramírez ci risponde da Palermo. Vive in Italia dal 2018, da quando è diventato un oppositore dell’ex presidente Nicolás Maduro. Per 12 anni ministro dell'Energia e del Petrolio del Venezuela, è stato direttore di Petróleos de Venezuela, S.A., la compagnia petrolifera statale. Anche ora, mentre il suo Paese affronta il peggior terremoto degli ultimi 126 anni, trova il modo di chiedere «Come stai?», non perde la speranza nella lotta futura e ribadisce con chiarezza un punto: prima del sisma, ciò che ha distrutto il Venezuela è la politica: «Maduro è stato persino peggio del terremoto».

Il governo venezuelano è in grado di gestire l’emergenza attuale?

I due sisma hanno colpito un Paese già molto debole e privo di un governo legittimo. L’attuale amministrazione non sa come gestire questa crisi: primo, perché non ne ha la capacità. Secondo, perché non c’è più niente: hanno già smantellato tutto. Non ci sono i mezzi, non c’è il personale. Ripenso, per contrasto, alla tragedia di Vargas del 1999: lì, con Hugo Chavez, si era riusciti a gestire la situazione perché c’erano capacità, organizzazione e mezzi sufficienti. In questo momento no. Io ho ancora familiari e tanti amici là e tutti dicono: «Siamo in strada a cercare di aiutare, ma il governo non si sente e non si vede».

Quanto sono importanti gli aiuti internazionali?

L’aiuto internazionale è fondamentale e importantissimo. Non ci sono i camion dei vigili del fuoco, non ci sono ambulanze, non ci sono mezzi. È difficile gestire una situazione del genere. Sono molto felice che anche l’Italia abbia inviato degli aiuti, perché il governo non ha la capacità di affrontare quest’emergenza.

Pensa che Trump potrebbe approfittare della situazione?

Sì, certamente lo farà. Perché Trump considera il Venezuela come se fosse il suo cinquantunesimo Stato. Dice tante cose per fare politica e tante altre per provocare. Il rischio è che i militari americani rimangano in Venezuela. Tutte le brigate internazionali – messicane, spagnole, italiane, salvadoregne – arrivano, aiutano e poi tornano nei loro Paesi. Da quanto ha detto il capo del Comando Sud, che dovrebbe guidare un’operazione che ancora non è iniziata, penso che gli americani invece tenteranno di rimanere nel Paese. E questo è lo scenario peggiore.

Come viene vista dal popolo l’attuale gestione politica?

Il sisma può smascherarne l’incapacità. La popolazione venezuelana è molto arrabbiata. Ieri lo si vedeva anche sui social network: la gente è completamente sola e cerca di fare tutto da sé. Ci sono persone sotto le macerie dei palazzi da più di quaranta ore. Ovviamente nessun governo è responsabile del terremoto in sé, ma ha l’onere di garantire la sicurezza della popolazione e di sapere come intervenire. 

Secondo lei come verranno gestiti i fondi per la ricostruzione?

Sono sicuro che gli americani non daranno i soldi direttamente al governo, proprio come stanno facendo con il petrolio. Questa è una cosa gravissima: è uno schema neocoloniale. Secondo i miei calcoli ci sono già tra i 10 e i 18 miliardi di dollari che rimangono in conti americani. Gli americani vogliono gestire tutto loro. Per questo penso che il modo migliore di aiutare sia attraverso le organizzazioni internazionali, attraverso le Nazioni Unite, oppure tramite l'Unione Europea, o ancora con aiuti materiali diretti da parte dei singoli Paesi, senza consegnare il denaro.

Come si sente a essere lontano dal suo Paese, in questo momento?

Tristissimo. Avrei voluto aiutare, fare il mio lavoro, mettere i lavoratori del settore petrolifero accanto al popolo. Quando ci fu la tragedia di Vargas, noi eravamo tutti in campo con la popolazione, con i macchinari. Così deve fare un funzionario pubblico. Io mi sento molto triste per tutta la situazione politica ed economica del mio Paese e ora anche per questi terremoti. Il problema è che, quando Maduro non ci sarà più – e spero che accada presto – e si aprirà una fase di cambiamento politico, saremo comunque nelle mani dell'amministrazione Usa. Se riusciremo ad andare verso elezioni, allora ci sarà qualche speranza.

Cosa vorrebbe dire a Delcy Rodríguez?

Delcy Rodríguez è una persona difficile. La conosco molto bene, perché lavorava con me all'inizio del suo percorso nell’amministrazione pubblica. Loro guardano soltanto ai propri interessi. Io le direi che questo governo, tutelato dagli americani, deve farsi da parte e lasciare che il popolo risolva i propri problemi. Dobbiamo gestire il nostro Paese da soli. Ma loro non ascoltano. Gliel'ho detto tante volte, soprattutto quando parlavo della situazione petrolifera. Invece di ascoltarmi, mi hanno perseguitato. Non accettano nessuna critica, non accettano nessuna idea.

Da uomo politico, crede ancora nel cambiamento e nel futuro del Venezuela? 

Sì. Io vorrei tornare nel mio Paese. So come gestire l’economia e il petrolio. Ognuno deve fare il proprio lavoro. È come l'Italia dopo la fine del fascismo, quando è stata approvata la Costituzione ed è nata la Repubblica. Tutti hanno fatto la differenza, insieme: comunisti, socialisti, democristiani. Perché non possiamo fare lo stesso? Perché questa gente è troppo attaccata ai propri interessi. Questa è la tragedia del Venezuela: in tutta questa vicenda politica il popolo non può dire niente. Non esiste un’organizzazione politica libera, non esiste la libertà di fare politica nelle strade, di andare in piazza. Dobbiamo lottare per conquistare tutto questo. Io sono giovane (ride, ndr): ho appena 62 anni. Posso continuare la mia lotta. E, ne sono sicuro, tutto il popolo lo farà. 

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