Un nuovo piano da cui partire per la trattativa di pace tra Washington e Teheran. Nella notte, il presidente americano Donald Trump ha deciso di rinviare la scadenza dell’ultimatum di due settimane dopo la convergenza sul nuovo piano presentato dall’Iran. L’accordo è arrivato con la mediazione del Pakistan: una delle telefonate di Trump prima dell’annuncio, infatti, è andata al potente capo dell’esercito pakistano. 

Anche altri giocatori hanno svolto un ruolo rilevanti. Innanzitutto la Cina, il cui contributo per portare al tavolo delle trattative gli iraniani è stato riconosciuto anche da Trump. In un primo momento, Pechino ha cercato di operare attraverso intermediari, inclusi il Pakistan, La Turchia e l'Egitto ma in seguito si è esposta direttamente con contatti diretti con il governo iraniano al fine di facilitare una prima intesa.

Il premier pakistano è ora pronto per gestire il seguito delle trattative. Shehbaz Sharif ha accolto con favore il cessate-il-fuoco tra Iran e Stati Uniti, precisando che ha «effetto immediato ovunque, compreso il Libano». Questo perché il dettaglio in questione non è riconosciuto da Israele e Benjamin Netanyahu ha già lanciato nuove operazioni dell’Idf in Libano. In un post su X Sharif ha quindi invitato «le due delegazioni a Islamabad venerdì 10 aprile 2026 per ulteriori negoziati volti a raggiungere un accordo definitivo per la risoluzione di tutte le dispute». Il premier ha quindi auspicato che «i “colloqui di Islamabad” portino a una pace duratura».

Il piano

Teheran propone innanzitutto un pedaggio per il passaggio dallo Stretto di Hormuz. Nel documento ci sono anche altri punti: si chiede per esempio che l'Iran non verrà più attaccato e la guerra finisca permanentemente, non ci sia cioè soltanto un cessate il fuoco.

L’Iran vuole anche la fine degli attacchi israeliani in Libano e la revoca di tutte le sanzioni statunitensi contro l'Iran, oltre alla fine di tutti i combattimenti regionali contro gli alleati dell'Iran. In cambio, l'Iran è disposto a riaprire lo Stretto di Hormuz, imponendo una tassa di 2 milioni di dollari per nave nello Stretto di Hormuz: gli introiti verrebbero quindi divisi con l'Oman, insieme a cui stabilire regole per il passaggio sicuro attraverso Hormuz. I proventi sarebbero poi impegnati per la ricostruzione invece che per le riparazioni. 

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