Con un accordo ancora lontano tra Stati Uniti e Iran, i mediatori tentano di prolungare la tregua di altre due settimane a partire dal 21 aprile. Secondo l’Associated Press, Washington e Teheran avrebbero raggiunto un «accordo di principio» per prorogare la tregua e impegnarsi negli sforzi diplomatici. Dalla Casa Bianca è arrivata però una smentita: «Non abbiamo chiesto la proroga», dicono. Quel che è certo è che ci sarà un secondo incontro di persona e non sarà ripetuto a Islamabad.

A favorire le trattative è anche la situazione in Libano, dove dopo la carneficina israeliana si sta avvicinando un possibile cessate il fuoco.

Il presidente Masoud Pezeshkian ha però già fatto sapere che l’Iran è aperto al dialogo ma che «qualsiasi tentativo di imporre la propria volontà o di costringere il paese alla sottomissione è destinato al fallimento». Dichiarazioni chiare che si contrappongono all’approccio caotico e confusionario utilizzato invece finora da Donald Trump, che ieri ha detto in mattinata: «Non penso a una proroga del cessate il fuoco», smentito poi dai suoi stessi funzionari che hanno parlato con i media statunitensi.

Nel pomeriggio il presidente Usa aveva detto che «la guerra è quasi finita» e che forse è possibile un accordo entro aprile. Dall’altra parte, però, ha dato ordine al Pentagono di inviare altri militari nella regione. Tra le forze che saranno dispiegate ci sono i 6mila militari a bordo della portaerei USS George H.W. Bush e delle altre navi di scorta, e poi altri 4.200 soldati di un’unità dei Marines. Un passo avanti rispetto agli ultimi giorni è il colloquio telefonico tra Mansour bin Zayed al Nahyan, vice presidente e vice primo ministro degli Emirati Arabi Uniti, e il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf. Oltre che alla visita a Teheran del generale pakistano, nonché principale mediatore, Asim Munir, il quale ha incontrato il ministro degli Esteri Abbas Araghchi. I due leader iraniani sono gli interlocutori chiave degli Usa.

La mossa europea

Con le trattative al palo, i leader europei proseguono a elaborare un piano per sbloccare Hormuz. Domani si incontreranno di nuovo a Parigi per «ripristinare la libertà di navigazione» nello Stretto. Una mossa che non piace al presidente Trump che l’ha definita «molto triste». «Lo stretto di Hormuz si sta già riaprendo, ci sono navi che entrano ed escono – ha detto il presidente a Fox News – Ma come si fa a stare con un gruppo di paesi con quest’atteggiamento? Guardate alla Groenlandia: ci serviva per proteggere il mondo dalla Russia e la Cina».

Per Teheran una coalizione europea per Hormuz «complicherebbe la situazione». «La sicurezza dello stretto di Hormuz è garantita dall’Iran da decenni e, con l’aiuto degli Stati regionali, l’Iran è in grado di assicurare la sicurezza e la navigabilità della via, a condizione che cessino le interferenze e l’attuale guerra», ha detto il portavoce degli Esteri, Esmaeil Baghaei.

Diplomazia e raid

Il ministero della Salute libanese ha affermato che gli attacchi dell’Idf delle ultime ore hanno ucciso almeno tre paramedici e ferito altri sei mentre stavano operando nel sud del paese. «Il nemico israeliano ha colpito squadre di paramedici nella città di Mayfadoun, nel distretto di Nabatiyeh, per tre volte consecutive», si legge nella nota.

Trenta sono stati i razzi lanciati invece da Hezbollah. I libanesi uccisi dall’Idf da quando è iniziata la guerra in Iran sono 2.167, oltre 7mila quelli rimasti feriti. L’8 aprile è stato il giorno più mortale con circa cento raid lanciati dallo stato ebraico nel paese in poco più di 10 inutili. Un attacco denunciato ieri dal ministero degli Esteri libanese al Consiglio di sicurezza dell’Onu. Gli attacchi – dicono da Beirut – hanno preso di mira zone residenziali densamente popolate della capitale durante le ore di punta e senza preavviso, violando il diritto internazionale.

E mentre alcuni media riportano la notizia di una possibile tregua in vigore già nelle prossime ore, i soldati israeliani hanno dichiarato al quotidiano Haaretz che l’esercito sta demolendo villaggi nel sud del Libano con «metodi simili a quelli usati nella Striscia di Gaza». «Ci comportiamo esattamente come facevamo a Gaza. C’è una lista di case da demolire e misuriamo il successo in base al numero di edifici distrutti in un giorno», ha detto una fonte anonima dell’Idf.

Attualmente parte dei soldati sono dispiegati a 20 chilometri dal fiume Litani, con l’intera aera che è finita sotto il controllo dello stato ebraico. In caso di tregua, la questione territoriale sarà il fulcro di un accordo di pace duraturo. Italia e Svizzera si sono offerti per ospitare i colloqui. La palla è in mano al governo israeliano.

Il premier Benjamin Netanyahu ha riunito nella serata di ieri il gabinetto di sicurezza. Per ora non ci sono spiragli positivi. «Ho dato l’ordine di trasformare l’area del Libano meridionale fino al Litani in una zona di fuoco letale per qualsiasi terrorista di Hezbollah», ha detto il capo di stato maggiore Eyal Zamir.

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