ROMA – «Non abbiamo più lo stesso rapporto» è la pietra tombale calata da Donald Trump sull’amicizia con la presidente italiana Giorgia Meloni, dettata prima al Corriere della sera, e poi ripetuta a Fox News. Segno del telefono senza fili tra Casa Bianca e palazzo Chigi è il fatto che il presidente americano, interpellato su quell’«inaccettabile» utilizzato da Meloni in risposta (tardiva) alle parole sul papa, abbia invece parlato della situazione iraniana. Il tycoon infatti si è detto «scioccato dalla mancanza di coraggio» della premier sull’Iran. Di qui l’affermazione di non avere più con lei lo stesso rapporto di un tempo, accomunandola agli altri leader europei e «chiunque ci abbia rifiutato l’aiuto».

Cade così definitivamente la mitologia del rapporto privilegiato tra Meloni e Trump, che però si era già andata logorando a causa delle bizze umorali del presidente, sempre più difficili da digerire per una premier obbligata all’equilibrismo nel complesso scenario europeo. L’escalation verbale delle ultime 24 ore è stata difficile da gestire per palazzo Chigi e ora l’obiettivo è quello di smorzare i toni. Con un parziale sospiro di sollievo: appoggiare o quantomeno rimanere in silenzio rispetto alle parole e le azioni di Trump era diventato sempre più complicato per il governo e la presa di distanze di Trump libera Meloni dal giogo di una vicinanza ormai sempre più di facciata.

La linea di Palazzo Chigi, tuttavia, non cambia rispetto a quella delle ultime settimane: separare gli Stati Uniti, intesi come Stato alleato, dall’amministrazione che ora lo guida. E ricucire, silenziosamente.

Così Meloni ha scelto la strada di non replicare al presidente americano, incassando però il sostegno non scontato del Pd (non del Movimento 5 stelle), e soprattutto dei suoi alleati. A farsi notare, soprattutto per la sua decisione, è stato quello di Matteo Salvini. Il vicepremier leghista, che già era intervenuto per stigmatizzare le parole contro papa Leone, ha definito «sbagliato» attaccare la premier, segnando così un cambio di linea della Lega.

Per il cattolico Salvini, spesso con il rosario in mano, l’affondo sul papa è stato il punto di non ritorno: a un insostenibile appoggio a Trump ha preferito la certezza di stare dalla parte di tutto il mondo elettorale di centrodestra, che nel pontefice vede uno dei baluardi culturali. Anche perché non sfugge a nessuno che le quotazioni dell’amministrazione trumpiana siano ai minimi storici e le elezioni di midterm rischiano di sancire l’eclissi della sua buona stella.

La strategia

Per il governo Meloni, dunque, ora ci sarà maggiore serenità nel ribadire la distanza, nel caso di nuove intemperanze verbali. Quanto alla diplomazia, quella continuerà a muoversi sottobanco. «Non è perché c’è una divergenza su un argomento che si mette a repentaglio un’alleanza», ha detto anche il ministro degli Esteri Antonio Tajani da Berlino, riferendosi sia all’Italia che alla Nato.

E ancora, le relazioni tra Stati Uniti e Italia sono «eccellenti», perché «diplomatiche, economiche e scientifiche», ha sottolineato il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, da Washington, dove ha incontrato il segretario del Tesoro Scott Bessent per parlare dell’impatto economico del conflitto in Medio Oriente e le relazioni Italia-Usa. Al Wilson Center di Washington, il vertice del Mef ha spiegato che le relazioni possono avere delle fasi più o meno intense, ma «sta a noi navigare nelle situazioni». Perfetta sintesi della strategia non solo economica del governo: nulla è insanabile e il rapporto con gli Usa si ricucirà nelle segrete stanze, ma mantenendo le debite distanze in pubblico. Anche perché, ora, sventolare l’amicizia con Trump non è più pagante nemmeno a destra.

Intanto, Meloni ha accolto a Roma il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Al termine dell’incontro per fare il punto della situazione sulla guerra, la sintesi è stata quella consueta: la premier ha ripetuto che «la posizione dell’Italia e dell’Europa è rimasta sempre la stessa, al fianco di Kiev. Un dovere morale e necessità strategica, in gioco è anche la sicurezza dell’Europa». Questa constatazione, pur scontata, ha favorito un riallineamento con il Quirinale, che a sua volta ha accolto Zelensky, con Sergio Mattarella che ha «condiviso pienamente la fermezza della posizione» della premier. Meloni ha anche annunciato l’interesse a produrre droni con l’Ucraina e l’auspicio che il paese possa aderire all’Ue: «L’instabilità sta diventando pian piano la nostra nuova normalità», e in questi momenti «l’amicizia fa la differenza». Parole anche più facili da pronunciare ora, senza la zavorra di dover tener conto della freddezza di Trump nei confronti dell’Ucraina.

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