L’annuncio dello “zar” Tom Homan: «Ma le deportazioni di massa vanno avanti». Tagli devastanti al Washington Post: licenziati oltre un terzo dei giornalisti
A Minneapolis è scattata la “terza via” di Tom Homan. Inviato nel Minnesota al posto del controverso capo del Border Patrol Greg Bovino, le parole dello “zar dei confini” sono state chiare: settecento agenti dell’Ice abbandoneranno Minneapolis «con effetto immediato», su ordine del governo federale.
La decisione, ha detto lo “zar” ai giornalisti convocati appositamente, arriva sulla scia di «progressi significativi» nella cooperazione tra funzionari statali e federali, tra cui un numero «senza precedenti» di contee che stanno collaborando con il governo federale per coordinare il trasferimento degli obiettivi di immigrazione agli agenti federali dalle carceri delle contee.
Stando ai numeri della Homeland Security di Kristi Noem erano 3 mila agenti federali dispiegati in Minnesota per l'Operazione Metro Surge, alla fine dei giochi saranno «circa 2 mila» quelli che restano nello Stato. «Ma vogliamo rendere la nostra operazione più efficiente e intelligente, non ci stiamo arrendendo», si è sentito in dovere di precisare Homan.
Per dirla in modo ancora più chiaro: «Non stiamo rinunciando alla missione del presidente di un'operazione di deportazione di massa. Se siete nel paese illegalmente, se vi troviamo, vi deportiamo. Non chiuderemo un occhio sull'immigrazione illegale». Lo stesso Donald Trump ha voluto ha voltuo rivendicare il ritiro, benché a modo suo: da quanto accaduto a Minneapolis «abbiamo imparato che forse potremmo usare un tocco un po’ più morbido» sull'immigrazione, ha detto in un’intervista alla Nbc, sottolineando che «bisogna comunque essere duri».
La democrazia muore alla luce del sole, si potrebbe dire parafrasando il motto che ancora campeggia sotto la testata del Washington Post, il leggendario giornale del Watergate e, in parte, dei Pentagon Papers. Il motto lo volle piazzare là nientemeno che Jeff Bezos, dopo la prima elezione di Trump. E stride non poco con quel che i giornalisti del Post stanno denunciando da settimane nei confronti dell’editore, proprietario di Amazon e Blue Origin.
Il direttore, Matt Murray, ha convocato un incontro ieri mattina con tutti i dipendenti del Washington Post, indicando però di rimanere a casa, evidentemente per evitare disordini nella redazione. Nell’incontro condotto via Zoom Murray ha annunciato la chiusura della sezione dello sport, il ricollocamento di alcuni dei suoi giornalisti, la riduzione dei corrispondenti esteri, la ristrutturazione della cronaca locale, la fine della sezione dei libri e la sospensione dei podcast.
Giorni bui
È, nella sostanza, la fine del glorioso quotidiano nel 1877 così come lo conoscevamo, e ora tutti i dipendenti sono in attesa di una email che annuncia il licenziamento. Saranno almeno 300 i giornalisti cacciati in questo round. «Questo è fra i giorni più bui nella storia di una delle più grandi organizzazioni giornalistiche del mondo», ha detto l’ex direttore Marty Baron.
La crisi del Washington Post non è un inevitabile fatto finanziario ma una scelta politica. Il giornale perde circa cento milioni di dollari all’anno, che sono molti in assoluto ma equivalgono a una piccola, irrilevante frazione del patrimonio di Bezos, stimato in circa 250 miliardi di dollari. Con queste risorse potrebbe mandare avanti il quotidiano per generazioni senza accorgersi delle perdite.
È diventato però un asset politicamente svantaggioso per un imprenditore con enormi interessi nel settore pubblico attraverso Amazon e Blue Origin. Nelle scorse settimane, decine di giornalisti hanno scritto lettere pubbliche al proprietario, chiedendogli di «salvare» il quotidiano che sta deliberatamente smantellando. In particolare i corrispondenti esteri sanno che il loro destino è segnato: la maggior parte degli uffici internazionali verrà chiusa, demolendo un capitale globale di credibilità giornalistica costruito in decenni.
Glenn Kessler, ex fact-checker del Post, ha scritto quello che tutti all’interno pensano, cioè che i licenziamenti non hanno nulla a che fare con i conti, tanto che Amazon ha appena speso la mostruosa cifra di 75 milioni per il documentario su Melania Trump. «È una questione di potere e influenza nel secondo mandato di Trump», ha scritto Kessler. Ed è proprio il giornalismo del Washington Post a spiegare perché l’amministrazione lo desidera depotenziato e incapace di infastidire.
Mentre la redazione attendeva l’annuncio dei licenziamenti, il quotidiano ha pubblicato un’inchiesta sull’uso strumentale delle rogatorie da parte del dipartimento per la Sicurezza nazionale. Con questo strumento, le agenzie federali possono ottenere dati sensibili dai giganti della tecnologia senza l’autorizzazione di un giudice. È un esempio del giornalismo d’inchiesta che fa imbestialire la Casa Bianca.
Attacco alla Cnn
Che Trump sia ossessionato dai media ostili e faccia di tutto per ostacolarli e limitarne il potere non è una novità. Ne ha dato un altro saggio attaccando per l’ennesima volta la corrispondente della Cnn Kaitlan Collins nello Studio Ovale. L’ha definita la «peggiore reporter» e l’ha rimproverata per non aver sorriso mentre cercava di fare una domanda sui file di Epstein.
«Non credo di averti mai vista sorridere», ha detto Trump con tono sarcastico. «Ti conosco da dieci anni, Non credo di aver mai visto un sorriso sulla tua faccia», ha detto, interrompendo il tentativo di fare una domanda. «Sai perché non sorridi? Perché sai che non stai dicendo la verità».
Nel caso del Washington Post la strategia più efficace è stata costringere Bezos a genuflettersi al potere di Trump per mantenere i contratti e coltivare le ambizioni spaziali. I segnali erano evidenti. Alla vigilia delle elezioni presidenziali l’editore ha cancellato l’endorsement programmato a Kamala Harris, provocando le ire degli abbonati. Poi aveva nominato Will Lewis, ex braccio destro di Murdoch, come amministratore delegato, e ha ristrutturato la pagine delle opinioni per renderla più allineata al clima politico.
Quando Bezos ha comprato il quotidiano nel 2013, i giornalisti lo hanno accolto come un salvatore dopo una drammatica epoca di crisi. Dopo l’elezione di Trump nel 2016, Bezos aveva rassicurato i giornalisti, spiegando che aveva risorse e potere per resistere alle pressioni. Quando Trump è stato rieletto, tenendo sotto braccio il competitor Elon Musk e sotto scacco tutta la Silicon Valley, i calcoli di Bezos sono cambiati.
E così si è scoperto che anche il motto – tratto da un articolo del leggendario giornalista d’inchiesta Bob Woodward – non era poi così vero: la democrazia muore non nell’oscurità, ma alla luce del sole, per mano di chi potrebbe salvarla ma sceglie di non farlo.
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