A detta del presidente Usa, i negoziati potrebbero ripartire «entro due giorni». Intanto la Cina presenta quattro punti «per la stabilità nella regione»
Nei prossimi «due giorni» Iran e Stati Uniti potrebbero tornare al tavolo dei negoziati: di questa apertura ha parlato Donald Trump. E Teheran sembra non voler rinunciare all'occasione, è determinata a non disperdere il margine diplomatico, la chance delle trattative né la mano tesa per la mediazione del Pakistan: per questo valuta di sospendere le spedizioni attraverso lo Stretto, nel tentativo di disinnescare il rischio di una nuova escalation alla vigilia dei colloqui.
Un secondo round potrebbe tenersi già giovedì, ancora ad Islamabad oppure a Ginevra, mentre sia deterrenza che diplomazia continuano a scandire le fasi di questa crisi. Per il tycoon il Pakistan è forse già escluso: «Abbiamo in mente un altro luogo», «si stanno muovendo delle cose ma non credo che sarà lì che faremo il nostro prossimo incontro».
«Sarebbero dovuti tornare a Teheran, dalla Guida Suprema o da qualcun altro, per ottenere l'approvazione dei termini che avevamo proposto»: a detta di JD Vance – che ha spiegato di aver lasciato il tavolo delle ultime trattative pakistane insieme al resto della delegazione perché i negoziatori iraniani non avevano la caratura giusta per siglare con una firma finale l'accordo – ora «la palla è nel campo dell'Iran».
Nonostante lo stallo, il presidente americano resta interessato alla normalizzazione dei rapporti – lo fa sapere ancora il vicepresidente – e, nonostante tutto, ci sono stati «molti progressi», Washington ha avuto modo di «chiarire le proprie condizioni, i margini di flessibilità e i punti ritenuti imprescindibili per un accordo. Abbiamo fatto passi avanti e avuto buone conversazioni».
Ora lo sforzo torna a concentrarsi sul dialogo prima della scadenza della tregua del 21 aprile. Non hanno mai smesso di lavorare per la de-escalation il premier pakistano Shehbaz Sharif con il suo vice e ministro degli Esteri, Ishaq Dar: hanno avviato infatti un nuovo tour diplomatico facendo tappa in Arabia Saudita, Qatar e Turchia.
Anche se Trump ha chiosato sui social la sua minacciosa blockade, la formula operativa del Comando centrale americano appare molto più timida e circoscritta: nello Stretto il transito resta formalmente consentito, c'è un filtro di controllo ma non possono essere fermate le navi dirette verso Emirati, Iraq, Kuwait o altri porti del Golfo.
Sei navi mercantili hanno dovuto fare dietrofront, mentre circa diecimila militari americani e dodici navi a stelle e strisce (con droni e sensori che sorvegliano le rotte d'accesso a porti iraniani del Golfo Persico e del Golfo di Oman) applicano l'ordine «nei confronti di navi di tutte le nazioni». Eppure, sono riuscite a varcare lo snodo liquido quattro navi che fanno parte della cosiddetta flotta ombra iraniana: tra queste, la Murlikishan, la Rich Starry, salpata da un porto negli Emirati (si tratta di un vascello cinese già sanzionato dagli Usa dal 2023); la Elpis, anche questa soggetta a sanzioni Usa dal 2025 per il suo «coinvolgimento nella vendita, nell'acquisto e nel trasporto di petrolio iraniano».
«L'attività di transito continua, ma rimane limitata e irregolare», dicono le agenzie che analizzano il traffico marittimo nei mari medio orientali. Cioè il flusso commerciale procede lento, ma procede, come i negoziati: che riprendano lo vuole anche Pechino. Il presidente cinese Xi Jinping ha infatti presentato una proposta in quattro punti per pace e stabilità al principe ereditario di Abu Dhabi, Al Nahyan. Potrebbe non bastare nessuno degli sforzi degli attori in campo, il Fondo monetario internazionale predice futuri neri: «Ancora una volta, l’economia globale rischia di essere sbilanciata». Anche se il conflitto dovesse essere breve, nella migliore delle previsioni, la crescita rallenterà del 3,1% nel 2026 e del 3,2% nel 2027. In altre parole: sarà recessione globale.
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