«Sulla maggior parte dei punti è stato trovato un accordo, ma sull'unico punto che contava davvero, il nucleare, no». La rabbia di Donald Trump, esplosa su Truth, si leggeva anche nelle lettere maiuscole con cui insisteva sulla questione atomica, rimasta irrisolta nei negoziati ad Islamabad, collassati dopo ben 21 ore di confronto tra gli Usa e Teheran. Se gli iraniani si sono seduti a quel tavolo, ha spiegato il tycoon, è stato solo perché li aveva minacciati (la frase era: «Un'intera civiltà morirà stanotte, per non essere mai più riportata in vita»). E «il colpo di grazia» gli Usa sono ancora pronti a infliggerlo alla Repubblica Islamica «al momento opportuno», «potrei eliminare l'Iran in un solo giorno».

Diplomazia erratica

Non solo. Il presidente ha dato l'ordine, «con effetto immediato», di intercettare le navi che hanno pagato un pedaggio a Teheran per attraversare lo Stretto di Hormuz – che rimane sotto controllo dei pasdaran. Non consentirà, ha chiosato, che l'Iran continui a guadagnare vendendo petrolio «a chi gli piace e non a chi non gli piace, o qualsiasi altra cosa»: «In un'ora potrei avere tutta la loro energia, tutto, ogni loro impianto, ogni loro centrale elettrica, che è una cosa enorme». In pratica, vuole bloccare uno Stretto che è già bloccato, anche se a uso dei mercati promette che in breve, dopo l’intervento americano, Hormuz sarà di nuovo libera a tutti i vascelli. In un crescendo ininterrotto di minacce, Trump ha anche affermato che gli Usa inizieranno «a far saltare le mine nello Stretto».

L'America è andata via da Islamabad interrompendo la maratona negoziale avendo sì trovato qualche accordo, ma senza riuscire a sciogliere le reciproche «linee rosse». Il vicepresidente JD Vance è volato verso gli Stati Uniti sull'Air Force Two: «Lasciamo questo incontro con una proposta molto semplice: devono capire che questa rappresenta la nostra offerta finale e migliore. Vedremo se gli iraniani la accetteranno».

Per la Cnn è stata hectic diplomacy, “diplomazia frenetica”: «I team negoziali hanno riconosciuto che la diplomazia è l'unica via da seguire e che nessuno dei due desidera un ritorno al 28 febbraio, giorno in cui è iniziata la guerra». Anche la delegazione negoziale iraniana – composta da 71 persone, tra negoziatori, esperti, rappresentanti dei media e personale di sicurezza – è tornata in patria, ma solo per trovare schierati i vascelli. La Marina iraniana ha schierato le sue forze speciali lungo la sua costa meridionale: si preparano, informano i media di Teheran, a «contrastare qualsiasi possibile infiltrazione nemica nel territorio del paese», a una potenziale invasione terrestre dell'esercito degli Stati Uniti.

Ma non tutti i ponti alle spalle sono bruciati. Pur facendo sapere che le richieste degli Usa erano «irragionevoli», il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baqaei, ha detto che «la via della diplomazia non è chiusa» e anche se non ci sono in previsione altri futuri negoziati, i canali diplomatici rimangono aperti. «Nessuno si aspettava un accordo già nelle prime fasi trattative», rende noto il ministero e anche i contatti col Pakistan proseguiranno. Anche il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, capo negoziatore nei colloqui, non esclude che proseguiranno: «Non ci fermeremo un solo istante nel lavorare per garantire i risultati ottenuti nei quaranta giorni di difesa nazionale», gli Stati Uniti non sono stati in grado di «guadagnare la fiducia della delegazione iraniana in questo ciclo di colloqui», adesso tocca a loro «decidere se possono o meno guadagnarsi la nostra fiducia».

Gli Usa pretendevano la riapertura immediata dello snodo strategico per sentire un sonoro no: un sì per cedere la più potente delle loro leve negoziali arriverà dagli iraniani solo con un accordo di pace definitivo. La diatriba è scoppiata su alcuni punti pretesi dagli iraniani: secondo il New York Times, sulla riapertura e controllo dello Stretto di Hormuz dove è ancora impedito il transito marittimo, risarcimenti per i danni subiti in sei settimane di attacchi aerei, scorte di uranio arricchito (circa 900 libbre) e lo sblocco dei fondi iraniani all’estero (ventisette miliardi di dollari di guadagni derivati dal commercio del petrolio detenuti in diversi paesi, tra cui Iraq, Lussemburgo, Bahrein, Giappone, Qatar, Turchia e Germania).

«La palla è nel campo americano», ma non c'è fretta nel raggiungere un accordo: «Finché gli Usa non accetteranno un accordo ragionevole, non ci sarà alcun cambiamento nella situazione nello Stretto di Hormuz», fa sapere un funzionario sciita secondo cui Washington deve «esaminare le questioni con un approccio realistico», fare bene i suoi conti militari e politici.

Ancora bombe

Centinaia di petroliere rimangono bloccate nel Golfo, galleggiando e sperando di procedere, ma i primi tre vascelli carichi di greggio hanno attraversato Hormuz: il fatto è che se Trump voleva rimuovere la «polvere nucleare» con i colloqui, ora avrà comunque più difficoltà a rimuovere la crisi energetica globale e i suoi problemi politici in patria che proseguiranno. Mentre andavano avanti i negoziati, undici morti per i raid israeliani nel sud del Libano: cinque a Qana e altri sei a Maaroub, dove è stata sterminata un'intera famiglia; bombardati anche i militanti di Hezbollah a sud. Secondo il ministero della Salute libanese, oltre duemila persone sono state uccise dal due marzo scorso.

E ancora: l'Unifil, il contingente Onu di stanza nel sud del Libano, ha denunciato che «in due occasioni oggi i soldati dell’Idf hanno speronato veicoli di Unifil con un carro armato Merkava, in un caso causando danni significativi». È solo uno degli ultimi “avvertimenti” israeliani a Unifil. Dall'inizio di aprile, i soldati israeliani hanno distrutto le telecamere di protezione dei caschi blu presso il quartier generale dell'Unifil a Naqoura e in altre cinque posizioni lungo la Blue Line, da Ras Naqoura a Maroun ar Ras.

A Naqoura opera il contingente italiano.

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