Iran e Stati Uniti tornano a parlare la lingua del fuoco: è in corso nello Stretto la peggior escalation dalla firma del Mou, memorandum of understanding. Teheran e Washington non si fanno più solo la guerra tra loro: la fanno anche contro l’accordo e tutte le clausole che contiene, quelle che loro stessi hanno sottoscritto in Svizzera appena dieci giorni fa.

La scritta verde unclassified lampeggia sulle immagini in bianco e nero diffuse dal Comando Centrale statunitense: nel filmato ripreso con sensori a visione notturna si susseguono violente esplosioni che deflagrano nell’oscurità. Le immagini mostrano gli ultimi attacchi americani effettuati due notti fa contro stazioni radar e depositi di missili e droni iraniani.

Qualche ora dopo Teheran ha ricambiato il favore, mirando contro obiettivi militari statunitensi e ricorrendo a una nuova raffica di missili. Due droni sono arrivati in Bahrein: uno è stato abbattuto, l’altro ha mancato il bersaglio, ma il ministero degli Esteri di Manama ha comunque denunciato gli attacchi come «flagrante violazione» della sua sovranità, queste sono operazioni che stanno «minando gli sforzi di pace».

Accuse reciproche

Intanto sugli schermi della Repubblica Islamica vanno in onda moniti e avvertimenti dei pasdaran agli americani: «Se l’aggressione dovesse ripetersi, la nostra risposta sarà più ampia di questa». Il ministero degli Esteri di Teheran fa eco allo stesso messaggio. «La risposta alla violazione di qualsiasi articolo del memorandum d’intesa sarà rapida e decisa» ha ribadito il consigliere della Guida suprema iraniana Khamenei.

È da giovedì scorso – il giorno in cui l’Iran ha attaccato un mercantile provocando l’ira di Trump – che iraniani e americani si accusano reciprocamente di aver infranto gli impegni assunti nell’accordo stretto durante il summit elvetico, di far saltare il fragile equilibrio regionale. Le parole messe nero su bianco nel Memorandum d’intesa non sono evidentemente abbastanza forti da fermare i combattimenti.

Si sono rivelate solo “inchiostro su carta” – questa è la definizione usata ieri dai miliziani di Hezbollah per definire l’altro accordo, quello siglato tra Beirut e Tel Aviv, ma è una formula che sembra adattarsi anche al patto iraniano-americano. Sono intese che si teme avranno lo stesso destino: non serviranno davvero a fermare le operazioni militari; la loro inaffidabilità sembra contenere già tutti gli elementi per creare un’altra tempesta perfetta.

Stretto dolente

Intanto, la fibrillazione, sulla scorta delle crescenti minacce, rende lo Stretto il punto più dolente sulla mappa dell’economia mondiale in questo momento. Il ripristino del traffico marittimo che l’accordo avrebbe dovuto garantire non si è mai veramente concretizzato e il cielo sopra il braccio d’acqua conteso è pronto ad essere illuminato dalle scie dei razzi in ogni momento.

Gli iraniani rivendicano però l’efficacia della propria strategia: i risultati si vedono già nella fila di navi che si accalca all’orizzonte. Le imbarcazioni tentano il passaggio, ma non senza autorizzazioni della Marina pasdaran che esplode colpi d’avvertimento a chi tenta la fuga senza permesso.

Ora il livello di minaccia nello snodo è «sostanziale»: lo stato lo ha innalzato il Joint Maritime Information Center della Marina statunitense, che informa dell’ampliamento di un corridoio marittimo vicino all’Oman per consentire a un flusso più ampio di imbarcazioni di viaggiare in entrambe le direzioni. Di pedaggi non parla più ormai solo Teheran.

Secondo quanto riportato da Bloomberg, è stata Muscat a confrontarsi con funzionari europei per raffreddare ogni speranza e aspettativa di ritorno allo status quo prebellico. L’ipotesi è impraticabile: in futuro, si pagheranno delle tariffe «per i servizi relativi alla bonifica dello stretto o all’assistenza alla navigazione delle navi».

Monetizzare tutto

La logica della monetizzazione non coinvolge solo lo Stretto, ma anche le architetture politiche future della Striscia. Il Guardian è riuscito ad entrare in possesso di una bozza del Board of Peace di Trump – dentro ci sono il segretario di Stato Rubio, ma pure gli immancabili Witkoff e Kushner, e Susie Wiles, la chief of staff del presidente. Nelle quattro pagine del testo si legge che non solo viene garantita ai membri – compresi militari internazionali e contractor – un’estesa immunità legale (revocabile esclusivamente dal presidente americano), ma sono esentati da «qualsiasi arresto, detenzione o procedimento legale presso i tribunali o altre entità a Gaza». In più è consentito all’organizzazione ottenere beni pubblici a Gaza «free of charge», gratuitamente.

Le guerre in Medio Oriente non stanno finendo, ma il calendario dei prossimi negoziati è già definito. Teheran ha l’agenda diplomatica piena. Figurano innanzitutto i colloqui con l’Oman, dedicati appunto al coordinamento e gestione dello Stretto. Poi, il 2 luglio a Doha la delegazione iraniana tornerà al tavolo con quella americana per affrontare il nodo dei fondi congelati e del regime sanzionatorio. Ancora successivamente, il Pakistan aprirà le porte per ospitare un nuovo ciclo di consultazioni sul dossier nucleare.

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