Quando la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e il presidente Consiglio europeo, António Costa, hanno programmato la loro visita a Damasco non si aspettavano di trovare un paese sull’orlo dello scontro civile, come dimostrano i fatti di Aleppo.

Forse anche per questo motivo il partenariato annunciato con la Siria per il 2026 e il 2027 prevede un pacchetto finanziario magro e prudente di soli 620 milioni di euro. Misure economiche che assomigliano più a delle briciole, rispetto alle reali necessità del governo di Ahmed al Sharaa e servono per «aiuti umanitari, sostegno alla ripresa precoce e supporto bilaterale».

Classico lessico europeo che vuol dire tutto e niente. Ma due dati sono certi. Il primo è che solo per la ricostruzione serviranno oltre 216 miliardi di dollari. Altri miliardi serviranno per rimettere in piedi i servizi, risolvere la questione degli sfollati interni (oltre 7 milioni di civili) e creare nuovi posti di lavoro. Il secondo è che Bruxelles vuole una Siria stabile il prima possibile per poter rispedire i rifugiati giunti negli anni.

A Damasco i due leader europei hanno lodato la presidenza di al Sharaa. «Siamo qui al vostro fianco, sostenendo l’indipendenza, l’integrità territoriale e la sovranità della Siria. Avete compiuto passi importanti per ricostruire il paese e vi lodiamo per quanto avete fatto», ha detto Costa.

Il presidente ha poi accennato alle violenze settarie e religiose: «Siamo consapevoli delle sfide difficili che dovete affrontare verso l’inclusività, l’attuazione dell’accordo del 10 marzo e della tabella di marcia per Suwayda. Ma siamo qui con fiducia».

Gli scontri ad Aleppo

Nel giorno della visita dei leader europei era stato annunciato, in mattinata, un cessate il fuoco tra le milizie governative e le Forze democratiche siriane (Sdf) che dal 6 gennaio combattono ad Aleppo. Ma nel pomeriggio sono stati diramati nuovi ordini di evacuazione per i civili (al momento sono 140mila gli sfollati) a causa di un’operazione militare delle forze di al Sharaa.

«Accogliamo con favore questa operazione, che prende di mira tutti i gruppi terroristici», ha detto da Ankara il ministro della Difesa turco, Yasar Guler, il quale da giorni ha mobilitato l’esercito sperando in un’escalation militare.

Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani sono state usate «armi pesanti, con attacchi diretti a zone residenziali e ospedali». In pochi giorni sono stati uccisi 25 civili, tra cui sette donne e cinque bambini, e almeno 18 combattenti. In totale, sono un centinaio le persone rimaste ferite. Ma il rischio che avvenga una carneficina è enorme.

L’esercito siriano ha dichiarato area militare il quartiere a maggioranza curda di Sheikh Maqsoud e ha accerchiato le milizie rimaste nell’area. In serata la zona è stata pesantemente bombardata come mostrano i video circolati online e le Sdf hanno accusato l’esercito di voler colpire anche l’ospedale.

Gli scontri sono iniziati dopo che sono scaduti i termini per incorporare le forze curde nell’esercito nazionale ed entrambe le parti si sono accusate a vicenda di ostruzionismo nell’implementazione dell’accordo siglato il 10 marzo.

Colpisce per il momento il silenzio degli Usa, vista la solida relazione tra Washington e le Sdf. Nell’ultimo decennio Washington ha addestrato le forze curde in ottica anti Isis. E tuttora nel Nord Est del paese ci sono mille soldati americani.

Lo scorso autunno il presidente al Sharaa è stato in visita alla Casa Bianca. In quello storico incontro l’ex combattente al Jolani si è guadagnato la fiducia del tycoon, al quale ha garantito di entrare nella coalizione anti stato islamico e di iniziare anche una distensione dei rapporti con Tel Aviv.

Lo scorso fine settimana è giunto già un primo risultato: Siria e Israele hanno firmato un accordo di collaborazione di intelligence, nonostante l’Idf continui le sue incursioni illegali nel territorio siriano. E forse a pagare il prezzo di questa nuova intesa tra Washington e Damasco sono proprio i curdi, un tempo gli unici alleati della Casa Bianca.

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